Monday, January 27, 2025

memoria

no. non è cambiato nulla rispetto lo scorso anno. e quello prima ancora, con quello precedemte. e così via, andando indietro a quando il senso del giorno della Memoria mi si è installato dentro.

certo. è più articolato da quando sono stato laggiù. che a vedere alcune cose, per quanto note, l'arroganza e la violenza di israele nei territori occupati. elemento disturbante che può rischiare di distrarre. e portare fuori strada. terra per nulla santa. palestina strozzata da israele.

certo. è più lancinante dopo il setteottobre, ed il pogrom disumano, con la risposta del governo di israele: spropositata, criminale, vergognosa, con azioni genocidiarie.

quest'anno poi vi è lo iato, lo sfilarsi, la polemica delle comunità ebraiche italiane. il via l'ha dato quella di milano. quella che si riferisce alla cisgiordania come giudea e samaria [credits michele serra]. quella il cui presidente è così amico del presidente del senato, che è lo stesso che teneva [e forse terrebbe ancora] i busti del duce sul mobile, fiero. che ti chiedi cosa non torni. con le consecutio che si sono ribaltate, intorcigliate, generando un nodo a strozzo. da lì per principi di coerenza non si passa.

le comunità ebraiche contro anpi troppo politicizzata, che ha osato l'inosabile: usare il termine genocidio. e quindi, per diretta conseguenza anpi antisemita. non è un mondo al contrario. è una realtà capovolta.

confesso che il tirarsi fuori delle comunità ebraiche, al primo rintocco emotivo, mi ha turbato.

dopodiché ho pensato che non serve. e che dalla dinamica dicotomica, respingente, ci si può sottrarre.

perché la Memoria trascende anche dai vertici delle comunità ebraiche italiane. il giorno della Memoria è più importante delle prese di posizione così simili a quelle di un governo fascio-religioso come quello di israele. certo che le comunità ebraiche sono importantissime. ma non sono indispensabili. è più importante la Memoria.

perché il giorno della Memoria è un inchino ed un monito. 

un inchino a tutte e tutti coloro attraversarono quell'indicibile. ebrei, rom e sinti, omosessuali, portatori d'handicap, dissidenti politici. tutte e tutti. è l'inchino, che l'Umanità, tutte e tutti, si deve fare verso coloro cui l'umanità è stata annullata. scientemente, sistematicamente, programmaticamente. per questo è indicibile, ed il termine genocidio è l'ancora semantica per tutto questo. ma forse è financo riduttivo. servirebbe qualcosa per nominare esattamente quel indicibile. e chi ha attraversato l'indicibile è qualcosa di diverso, è umanità che ha diritto ad un posto di rilevanza nella storia, dove nessun altro può stare. e quel diritto trascende le azioni, anche le più aberranti, dei loro discendenti. e non solo per un'evidente causalità, che va solo in una direzione. anche quella in cui i discendenti compiono azioni terribili e disumane. da avversare, criticare, stigmatizzare, condannare per il fatto siano azioni disumane, non perché a farle siano degli ebrei. il fatto siano i discendenti della parte fondamentale di quel pezzo di umanità rende tutto più lancinante. ma quella parte fondamentale di quell'umanità rimane tale. [a volte sembra ridicolo ribadire l'ovvio].

[ecco perché l'accusa di antisemitismo non ha proprio ragione d'essere.]

un monito a tutte e tutti noi. perché se l'abbiamo fatto una volta, è perché siamo in grado di pensarlo, pianificarlo, realizzarlo. e se è nelle nostre corde, per quanto più aberranti e ignominiose possiamo farlo ancora. per questo dobbiamo vigilare e ricordarcelo, farne Memoria. ci portiamo dentro quel lato oscuro. saperlo, averne contezza fino giù nel profondo, è il primo passo, fondamentale, per provare a far sì non accada di nuovo. senza nasconderci nel comodo, autoassolutorio: io non non agirei mai per l'indicibile. troppo facile così, neh? l'indicibile è stato possibile grazie all'indifferenza dei più. non solo chi obbediva a degli ordini. anche a causa di coloro che girarono la testa dall'altra parte. il monito alla paciosa pancia della gaussiana di noi altri. tutte brave persone, così facili a scivolar nel meandro oscuro di chi non ha voluto guardare. indifferente.

non è un caso che indifferenza è la parola che Liliana Segre ha voluto risuonasse assordante all'ingresso del memoriale della shoah.

il giorno della Memoria mi si è installato dentro. per questo non sono antisemita. per questo mi inchino a quella parte di umanità che ha attraversato l'indicibile. per questo non mi adeguerò, mai, all'indifferenza. lo so.




Monday, January 20, 2025

cambiamenti

forse la ricordo male. ma la storia che da grandi cambiamenti possono scaturire grandi opportunità mi convince fino ad un certo punto. deve averla detta qualche orientale. d'altro canto con loro si va a braccetto, ma non del tutto. che essere fatti le une per gli altri è altra cosa.

ci siamo trovati meglio in quello che chiamano occidente. è tutto relativo, ovvio. c'è sempre qualcosa più a occidente di qualcos'altro. è per capirci. 

meglio non vuole dire tuttottimo, neh? però, in un modo o nell'altro nasco lì, già in nuce in quella filosofia nata sui bricchi petrosi che si buttano direttamente nell'egeo. 

qualche secolo dopo poi mi hanno teorizzato, nella versione di come son venuta fuori ora. grandissima intuizione, grandissima idea, volevano alto, allora. c'erano re che si pensavano per volere di dio, sotto di loro i sudditi. pensa un po' l'idea di pari, che son cittadini. mica tutti, ovvio. ma era un gran bel cambio di paradigma. ovvio, quindi, il gran trambusto. roba del tipo: dove andremo a finire, se continua così, signora mia. figurarsi delle parole che dicevano: gli uomini son tutti uguali [questa mi pare la canti qualcuno].

sono la democrazia. quella che, appunto, gli uomini sono [quasi] tutti uguali. roba che il potere appartiene ad una piccola frazione di popolo. poi un po' di più. poi tutte e tutti, o almeno quasi. roba che ci siamo arrivati per approssimazioni successive. anche se approssimazioni successive non rende l'idea del buco nero di due guerre mondiali, l'indicibile della shoah, i fascismi che hanno inventato e che sputavano addosso a me.

la democrazia. quella dello stato di diritto. della separazione dei poteri, che uno li riassuma tutti non va affatto bene. l'intuizione degli uomini davvero liberi che non ci sono poteri buoni [anche questa mi pare di averla sentita cantare]. quindi Costituzioni che vanno a limitarli, i poteri. una controreazione salvifica, che garantisce l'equilibrio del sistema complesso.

sono diventata grande da queste parti. un po' di qua e un po' di là di quella pozza d'acqua chiamata oceano atlantico. i primi a mettermi in pratica sono quelli di là, al suo occidente. negli ultimi decenni si sono pure spacciati come i miei difensori. 'sti mendaci. avevano già perso la verginità sulla mayflower, [questa invece mi pare di averla letta]. vediamo se non fanno venire giù tutto, da oggi.

hanno provato a teorizzarmi sempre meglio. e devo dire ci sono riusciti anche più che benino. è poi la sintesi, al solito, il problema. tanto che qualcosa deve essere andato non secondo i piani. o forse secondo i piani di altri. anche se dubito l'abbiamo davvero pensato in quei modi. [già mi pare di sentirli, alcuni: non ce lo dicono, ci nascondono cose. è il bello di lasciar esprimere opinioni anche lisergiche]. non credo l'abbiamo progettata. hanno semplicemente lasciato andare gli istinti predatori e di avidità. ce li portiamo dentro. statisticamente a qualcuno viene fuori. son sempre di meno. son sempre più accumulatori compulsivi. forse è un caso che sia accaduto prevalentemente con i maschi. non so se è una questione di testosterone che è dannoso abbastanza spesso. oppure le donne non ne hanno avuto [ancora] la possibilità.

ora mi sembra si vada in testacoda. mi danno per roba vecchia, stanca. è che sono faticosa da rinverdire giorno per giorno ed ho bisogno del pronome noi, del concetto di comunità. qui ci abituano a farne sempre meno, di fatica, e conta solo l'io, atomizzati. forse vogliono far cambiare del tutto idea su di me. col il paradosso - solo apparente - lo si fa con il voto [la sovranità appartiene al popolo]. hanno messo al comando il gran filibustiere. qualcosa deve essere andato storto. e cosa riverbererà da là, per tutto il di qua, è il grande quesito. o la sottile paura.

io non so come ne uscirò. può essere che finirò consunta. e ci faranno credere che è molto meglio così. non a tutte e tutti, ma almeno ad abbastanza persone. può essere che ne uscirò con i morelli e bozzi. credo proprio tutto non sarà più come prima.

forse soccomberò. forse dovrò mutare con una velocità mai vista, a garantire l'evoluzione. un darwin sociale e politico con il warp. forse sta per finire più o meno tutto, quel che verrà bisognerà chiamarla in altro modo. forse dimostrerò di essere stata un'intuizione formidabile. e andremo comunque avanti,

anzi. ne sono convinta. bisognerà solo capire quanto tempo ci vorrà per tornare a rivedere le stelle [si, questa mi pare di averla letta da qualche parte], e se e quanto dolore, lutti, tregende saranno necessarie. speriamo nessuna. forse sarà durissima. 

di certo bisognerà tenere botta. e mai più figura retorica è azzeccata. perché saranno scossoni belli riverberanti. forse esagero. vorrei tanto fosse così. forse dimostrerete di avermi fatto propria più di quel che possa pensare, ottimisticamente. non so. quello che verrà starà là nel mezzo, dimensione frattale.

non resta che tenersi pronti.

allacciamo le cinture. da oggi si ballerà, ma non il gesto gradevole orizzontale di un desiderio verticale [anche questa l'ho già sentita da qualcuno].

diciamoci in bocca al lupo [viva il lupo]. se abbiamo tutte e tutti bisogno.

Saturday, January 4, 2025

funghetti

è accaduto venticinqueanni fa, come oggi. venticinquecazzodianni. è incredibile com'è volato il tempo. 

fu la prima persona nuova incontrata per la prima volta in quel duemila tondo tondo. la prima conoscenza di quel nuovo millennio. ci vidi un segno importante, simbolicamente preconizzante cose interessanti e apotropaiche. in quali cagate credevo, non ostante il mio nuovo agnosticismo razionalista scettico.

accadde a casa dell'amico alfio, c'era anche l'amico emanuele, assieme agli altri. c'era anche lei, amica dell'amica della compagna di corso. quella che meno amavo tra tutte e tutti di quel gruppo. giusto perché accompagnava l'amico alfio [difatti s'è visto come andò miseramente a finire. spianando la strada all'amico alfio, comunque non senza farlo soffrire]. l'amica sua uno sguardo di cui non fidarsi, a prescindere - e vedi c'erano pure già i segni.

a quei tempi ero incerottato dentro un cartamodello sociale che andava abbastanza per la maggiore. trovare la donna della vita, figliarci, fare il lavoro per cui tanto si era studiato [e i sacrifici fatti fare ai miei, al netto li facessero volentieri]. lavoro possibilmente che soddisfacesse e remunerato. obiettivi nemmeno così eccentrici. mica serviva tutta 'sta fantasia per porseli. non me ne stava riuscendo nessuno. giusto la remunerazione, normale neh? e al netto che la ricerca per trovare la donna della vita un po' deragliasse nell'ossessivo compulsivo.

quindi quando vidi lei, con 'st'occhietto vispo, parlata brillante, filosofa intruffolata dentro il mio dipartimento, pensai: ohibò! sarà mica lei?

mentre si spiluccava per cena a mezza bocca chiesi: ma chi è costei? ohibò, che bel personaggino, ditemi, ditemi di più. a mezza bocca, piena. rimasero sul vago. 

quindi venne il film, da guardare tutti assieme. l'avevo già visto. potevo cercare di rendermi brillante con lei. compatibilmente. lo ero anch'io. l'uomo d'acqua dolce, nel senso del film. il film legato a doppio mandato quella sera. antonio? funghetti!

la mattina dopo le mandai un'email, dal posto di lavoro, triste. il posto ed il lavoro. i motori di ricerca funzionavano già abbastanza per restituirmi un indirizzo, date le poche informazioni intercettate la sera prima. iniziai con spero tu ti ricordi di me. la mattina dopo. poi uno dice che una brava avrei dovuto frequentarla già allora.

la invitai ad un aperitivo. ero talmente agitato che ci arrivai con la febbre. glielo dissi.

per alcuni giorni immaginai cose bellissime, svolte esistenziali, cambi di direzione arabescate. poco importa intuire che già convivesse con un uomo. la seconda volta che ci incrociammo la piccola epifania. eravamo in metropolitana. le osservai la nuca e come il collo, con una curvatura poco fascinosa, si congiungeva alla schiena. l'intuizione di un ingobbimento, liscio e quel che basta adiposo. giù di lì scivolò per sempre la mia fascinazione erotica. ebbi un brivido di piccolo ribrezzo. capii che lei proprio non mi attirava. altro che donna della mia vita. ma il personaggio mi aveva abbacinato, cosa in cui una donna, allora, riusciva con una facilità scandalosa. così feci una cosa che per anni mi raccontai come un colpo di genio relazionale. sublimai il mio preteso innamoramento in un affetto incondizionato. un cambio di fase. da gassoso a solido. non le avrei mai messo la lingua in bocca. però lei poteva diventare maledettamente importante. colmare un po' di solitudine affettiva che avvertivo attorno a me. mi sarei evitato lo sbadta di una relazione - per cui non ero pronto per un cazzo, ora lo so. avrei potuto vivermi appieno la sua amicizia.

e poi lei mi ammagliò, come è capacissima di fare. con la sensazione mi apprezzasse per quel di scombinato irrisolto ero. fu la prima persona che me lo dimostrava in un certo modo. e che poteva capirmi, senza sfrondare tutti i trucioli di stranità. quello che facevano in tanti. e poi sì. in quel periodo di cambiamenti di paradigma ero rimasto piuttosto solo. da qualche parte bisognava ricominciare.

arrivò nel momento giusto, nel posto giusto, nel modo giusto. a che non fosse la persona giusta ci sarei arrivato ben più tardi. dopo aver ammonticchiato carichi emotivi spropositati.

caddi in quella specie di amicizia. convinto fosse una delle cose più belle potessero accadermi. oggi è la più grande delusione mai capitata. forse ancora di più della storia del prete oratoriano. [anche se con lui ho dei nodi non del tutto risolti, potenzialmente debordanti. devo far chiarezza e pace tra me e me.]

quanta sproporzione. totalmente mal riposta. prova a caricare così una nave e vediamo cosa succede al primo mare un po' agitatino.

ero troppo abbacinato per accorgermene. non so se fu furbizia, o semplicemente il suo modo di essere. mi diede due mezze dita di simpatia, stima, comprensione, ascolto. io le diedi le chiavi di tutto. lei era deputata a strutturare la mia felicità ed il mio bene. non ci saremmo mai innamorati [allora pensavo potesse accadermi con qualcuna, ne fossi ben capace]. poteva essere una delle persone più fondamentali. la più fulgida e immarcescibile delle amicizie e dell'affetto. che coglione.

la moglie del nonnetto ci mise pochi attimi a sgamarla. il nonnetto si accordò subito dopo, appena passato l'effetto uè-uè del suo porsi partenope brillante e ineccepibile, frizzi e lazzi e struffoli. quella donna ti sta eterodirigendo, ti tiene al guinzaglio a suo piacimento. appunto. la lola la sgamò in un amen. mannnnò, che dite? è fatta così. è che siamo molto legati e mi vuole bene.

avevano ragione.

me ne accorsi una sera di sei anni dopo. uno dei momenti più dolorosi io ricordi di questi venticinque anni. lutti e infortuni famigliari a parte. ho la nevrosi delle date. quella del giorno di quella sera, pervicace, non voglio memorizzarla. bastò una frase apparentemente buttata lì. e venne giù tutto. e capii. come tutta quell'amicizia da lemma fondamentale fosse intesa come non altro che una sua gentile e misericordiosa concessione. manco carlo alberto ed il suo statuto octroyée. tutto il contrario della reciprocità e affetto condiviso. una ineccepibile sua capacità di gestire la comunicazione.

avevano ragione.

d'altro canto dove c'è un sadico c'è un masochista. non possono stare uno senza l'altro. dove c'è uno che consegna le chiavi del tutto e chiede: rendimi felice, c'è una che se le prende, con la convinzione adamantina a lei riesca magnificamente, proprio perché è lei. le chiavi esattamente a lei, come atto inevitabile.

me ne accorsi da una frase. non fu abilità da pensiero laterale. fu il tassello semantico che diede senso a tutta la fiaba all'incontrario che stava apparendo. altro che sagacia. da tre anni lavoravamo assieme, era già successo abbastanza per capire l'essenza del personaggio. oltre la sciagura di infilarsi in quel progetto lavorativo, un cul de sac idrovoro alle mie esigue finanze [non solo le mie], nonché dell'autostima e dintorni. non volevo vedere. ci avevo investito troppo. troppo complesso darsi così tanto del coglione, pure per me. figurarsi. tanto era lo sbrego che si stava rivelando. io che l'avevo fortissimamente voluto e perseguito. 

non è stato facile vedere crollare il velo. fu la primissima cosa che dissi ad odg, qualche mese dopo. non a caso. incrociare odg fu abbastanza correlato a quel che venne giù, in quei giorni. chi mi disse: avresti bisogno di una mano. come arrivai a lei. capitano anche i rimbalzi positivi.

però.

questo è un post per la gran parte inutile.

che senso ha, ancora, ricordarmi la delusione più importante. perché tornare sul principio attivo del mio più grande fallimento. tutte 'ste righe buttate per un personaggio che non vorrei neppure più vedere in cartolina. roba che uno vorrebbe rimuovere così tanto, però più sfreghi più ti accorgi di come sia inutile. perché quelle cose sono passate. però ci sono state. punto. non le si può levare, scalpellare via. sono accadute. ci sono valide ragioni termodinamiche acciocché indietro a toglierle non si puote andare. anche la coglionata nella più sgaruppata idealizzazione potessi realizzare. talmente lisergica che fatico a riconoscerne i pezzi buoni che comunque ha anche costei. e ci mancherebbe.

[forse più che per lei, mastico amaro per me. per come e quanto sia riuscito ad essere così pirla. più difficile da dimenticare. e da digerire.]

e così provo a ribaltare un po' il punto di vista. basta roba denstruens. come direbbe lei. l'invettiva pura è energia sprecata. quindi la guardo in altro modo, costruttivo. e di - di nuovo - di riconoscenza.

l'averla incrociata mi ha fatto conoscere persone e situazioni. tante situazioni le lasciamo pure scivolare via. qualcuna me la tengo. a posto. la stragrande maggioranza delle persone scivolano, parimenti, ad un'incollatura. tanto evanescenti quanto la fuffa che spesso ha circonfuso quelle cose lì.

però ci sono persone che sarebbe stato davvero un peccato non conoscere. che non avrebbero riempito, tanto, poco, il mio divenire. invece ci sono state, assieme a tutto il resto. e ci sono. con tutta l'importanza che si sono portate dietro. alcune probabile continueranno a farlo. e poiché sono indissolubilmente, legate a quel nesso causale da grande nocumento, allora sono ancora più preziose. perché sono gli affetti importanti da salvare. sono un gran pezzo di significato di tutto quello che fu. lei che se ne vada e scompaia. io mi tengo qualcuno degli effetti di essermi passata così vicino. non è nemmeno una rivincita. è lasciar andare, per viaggiare più leggeri. e so con chi farlo.

va benissimo così. anche una delle relazioni più da tregenda ha avuto un senso. ha fatto germogliare altro.

succede sempre così, neh? però, che questo sesquipedale svarione mi abbia regalato queste stille preziose, è bell'aiuto a provare a scavallare. andare davvero oltre. a metterci dei sassolini sopra. tutti quelli che avrei dovuto togliermi, ai tempi, dalle scarpe. e invece no. tanto avrei voluto evitarmi. sono arrivati però i germogli.

e i germogli fioriscono.

e trovo che tutto questo sia bellissimo.

 

[che poi, liberiamo anche il film da tutto questo.]


Wednesday, January 1, 2025

discorsi

durante il discorso, quando il PdR ha parlato de "i detenuti devono potere respirare un’aria diversa da quella che li condotti alla illegalità e al crimine." ho pensato che sì, la questione delle carceri non è da polvere sotto il tappeto. ci sono un sacco di ultimi, tra i non galantuomini. e lo stato ne è responsabile. per questo è robetta non secondaria. e mi ha colpito il termine aria diversa. come una sensazione di nuovo, di pulito, di gran respiro a pieni polmoni in montagna. sentivo però mi mancasse qualcosa. c'era altro, non riuscivo ad afferrarlo. pochi attimi a cercarlo. poi l'ho lasciato scorrere via. volevo ascoltare attentamente il resto.

ci ha pensato l'ambrosio, alla radio, nei commenti post discorso. è stato lui a raccontarmi quel era il pezzo mancantemi. era il contrappunto, ficcante e delicato, allo sbrego, da richiamo della foresta pre-democratici, di quel tale. quello che hanno messo a fare il sottosegretario alla giustizia. non passerebbe nemmeno i pre-corsi di cultura giuridica, che è 'starobaqua? non si capisce un emerito cazzo - esclamerebbe con cameratesco cipiglio. già lui, quello che condivise della sua intima gioia al pensiero che, nella nuova superbrumbrum della polizia penitenziaria, non avrebbero lasciato respirare chi caricato per essere tradotto. può essere non siano le esatte parole. non merita nemmeno la citazione esatta, 'stoqui. sottosegretario alla giustizia. pensa te.

per tutto il discorso il PdR non l'ha toccata piano. per quanto con il suo modo, il suo garbo, il suo cambio di postura al cambio di inquadratura della telecamera con non-studiato imbarazzo - come se il recitare da consumato attore, per lui, fosse roba che sta in dimensioni parallele.

la calibrazione semantica dei ritocchi cesellati al punto che è giusto esattamente quello. la retorica dell'obiettività dei pieni e dei vuoti misurati. tipo la contrapposizione dei dati macroeconomici mediamente positivi, e gli impatti vivi, puntuali, sulle persone per ciò che è negativo [chawki, sempre alla radio. io non ci avevo fatto caso. d'altro canto loro fanno i giornalisti. io cazzeggio]. i due polli di trilussa per le cose che vanno. quello che può significare, a chi capita, delle cose che non vanno.

ognuno ci ha visto quel che fa comodo. ovvio. sono variegatamente dei paraculi, ci sta. voglio immaginarmi quel po' di imbarazzo che può aver colto quella che fa la presidente del consiglio. mentre il PdR pronunciava il discorso, avrà cercato dei ganci. almeno uno, presidè, fammene trovà almeno uno, che devo ffà er tuit, che poi vado a strafogamme de cappone, baccalà fritto e mostaccioli, anvedi che panza me verrà. d'altro canto, mica poteva mettese a usà la storia degli "Ottantant'anni della Liberazione, fondamento della Repubblica". malimortà, roba che me ffà venì l'orticaria quella, anvedi le bolle che poi me escono. mica poteva appuntasse la storia della necessità della Pace, la sconfortante sproporzione tra i finanziamenti per il riarmo e quelli per contrastare il cambiamento climatico [anche se è riscaldamento globale], il superamento delle disuguaglianze che spingono i giovani ad andarsene. e che è 'sta roba, mica se frequentamo, ce capisco poco. me toccherebbe trovà una scusa: a professò ho studiato solo fino ar capitolo prima. cose fuori dalla sue corde [vocali], mica so argomenti che te ce puoi metterte a strillà, così se capisce subbito che sto a gridà fregnacce. poi eccolo, finalmente. quando ha parlato di patriottismo la nostra s'è appizzata tutta. manco gomez addams quando morticia parla in francese [so che può sembrar irrispettoso fare certi paragoni. non me ne voglia la parte che può sentirsi offesa. peraltro comprensibilmente. da una parte un'istituzione, per quanto orrorifica per chi non l'apprezza. una persona che crede fortemente nel valore della famiglia, a partire dalla sua, indifferente che il nero che la contraddistingue un po' spaventi. una figura di specchiata trasparenza, oltre la coerenza nel vivere appieno gli ideali di gioventù. dall'altra parte, invece, la presidente del consiglio dei ministri]. così eccola lì la sua paraculata: grazie presidè, che ce sta tu a ricordà der patriottismo. era talmente concentrata sul tuit del soscial dell'amichetto suo che si è persa il passaggio "patriottismo di chi, con origini in altri Paesi, ama l’Italia, ne fa propri i valori costituzionali e leggi, ne vive appieno la quotidianità". meglio per lei. iè sarebbe venuto un coccolò

poi sì.

c'è stata la storia, in cui mi sono sentito tirato un po' in ballo. non è che di colpo mi son montato la testa, neh? è che dovrebbe capitare a tutte e tutti. tipo impegnarsi "per una comune speranza che ci conduca con fiducia verso il futuro". ed io che pensavo alla parola numero due. la storia del baluginio [un paio di post dietro questo]. che non so se sia fiamma che si spegne, o brace da cui riaccendere il percorso. e poi tipo "in una trama di sentimenti, di valori, di tensione ideale" per ovviare a "un deserto di relazioni, un mondo abitato da tante solitudini. Siamo tutti chiamati ad agire, rifuggendo da egoismo, rassegnazione o indifferenza".

occhei i valori, tensioni ideali. ce l'ho. anzi, ne ho da vendere. anche se, a dirla tutta, son tutti belli lustri sotto la vetrinetta accanto al sofà del tinello. me li guardo e a posto così. quindi tanto vale. egoismo e indifferenza me li risparmio, almeno quelli. cattato, invece, sulla storia delle solitudini, e forse rassegnazione. eppoi il pungolo sull'essere chiamati ad agire. Sergio, sentiammè, è proprio qui il punto. agire, fare. mica non lo so. ecco perché sta roba mi ha pungolato. ed è arrivata subito. ci sto lavorando, i nuovi appuntamenti con odg sono in funzione soprattutto di questo. la sertralina non basta.

Sergio, io ci provo. non è una questione di buoni propositi, che tanto dopo qualche giorno già ce li siamo dimenticati [cit. l'amica betty, roba di più di trent'anni fa]. che poi è solo una convenzione, la storia del nuovo anno. è tutto un divenire. tutto scorre, ogni giorno ne vengono fuori dalle ascoltatrici e ascoltatori del bacchetta. figurarsi se non mi è chiaro. 

però sì, Sergio, ci provo. un po' [anche] perché lo hai esortato tu, e non solo perché sei tu ma soprattutto perché hai come riferimento solo la Costituzione. un po' perché sta in fondo l'analisi - non solo di primo livello - che ho fatto da mo. c'è insomma un bel mics di declinazione pubblica, sociale, e una molto intima, oltre che crescita interiore. insomma quel bel mics che ci piacciono. 

quindi Sergio, io ci provo. vediamo quanto dura questo momento di riconoscenza, la parola numero uno, quella del post di ieri. e ci provo. di discorsi non me ne servono granché più, quelli non alti come i tuoi intendo.

ottimo è nemico del buono. fatto è meglio che perfetto.

Tuesday, December 31, 2024

parole/1

quello che non ho, è quel che non mi manca. [cit.]

e la potremmo chiudere qui. è l'autorevolezza dei poeti che può permettersi di condensare senso, bastano poche parole musicali.

è in sintesi sottrattiva. che sottrattiva non è un valore etico. è il modo in cui percepiamo i colori. per dire.

poi c'è tutto quello che è arrivato. specie quello inaspettato. che se sono cose belle, inaspettate, lo sono ancora di più. tutto quello che è arrivato, tutto quello che arriva è sempre lì, a disposizione. un modo per non lasciarlo scivolare via è averne contezza. non è per una smania accumulatrice compulsiva. è per sussumere quante più stille. che ci passano in mezzo, come il flusso oceanoso di neutrini che da miliardi di anni ci attraversa.

averne contezza è riconoscenza.

riconoscenza la mia parola dell'anno.  quella dell'intimo, dell'ombelico che non è ombelicale.

anche in questo caso doppia valenza.

la prima.

riconoscenza è immergersi nel fatto che, alla fin fine, si è sempre in debito con qualcuno, qualcosa. che avremo pure dei crediti, neh? ma sono i debiti di cui è prezioso far tesoro. non è debito che significa fardello, è carico lieve. riconoscenza verso quel qualcuno, quel qualcosa. che vuole indietro niente, magari. perché sono quegli orditi che non sanno che farsene del dare e avere. sono, a posto così. se poi si osserva bene non si può non scorgere la gratitudine. che dovremmo coltivarla ben di più. ne abbiamo tutte le ragioni. siamo privilegiati. riconoscenza è un bel pat-pat col principio di realtà, vieni qui e fatti abbracciare, fottuto principio di realtà. è osservare meglio nel mirino della fotocamera del nostro esserci. che è un po' tutto lì.

basta riconoscerlo.

così che viene la seconda.

riconoscenza come desinenza, sostantivo che si sostanzia del riconoscere. accorgersi. è il pezzo più importante ed interessante del: quando siete felici [o senza esagerare, qualcosa che vi si approssimi] fateci caso. che potrebbe non essere un caso. o forse sì, nel caos in cui sguazziamo, ma potremmo sguazzarci peggio. inondarsi di contezza. che non serve altro che piccole cose. riconoscerlo. uno dei doni della maturità è aver imparato bastino piccoli tocchi. piccole regolazioni micrometriche. quelle con il cacciavitino. come l'equalizzazione che ci permette di ascoltare al meglio la melodia del divenire. piccolissimi aggiustamenti, non serve altro. le movenze dell'artigiano esperto agiscono l'essenza, sono misurate. ci ha distillato la moltitudine dei gesti di una vita. riconoscere. è già tutto lì.

e poi, perché no: riconoscerci. ci può accorgere di cose nuove. forse erano lì già da prima. forse sono divenute. riconoscenza è anche nel riconoscersi.

certo. certo. poi ci sono pure i cazzi. e chi se lo scorda. fosse tutto così melassosamente piiiiendlooov saremmo fuori dal principio di realtà, il nuovo amico. ma i cazzi capitano. e di quello ci accorgiamo fin troppo facilmente. e tanto vengono da par loro.

è il resto. tutto quello che non sono cazzi. riconoscenza, e abilità nel riconoscere. spesso non è necessario aggiungere alcunché. a posto così. perché se si sta ben bene attenti, riconoscenti, a ciò che arriva diventa esercizio inutile ruminare su quello che non è arrivato. gran fatica, energia sprecata, anche no. un po' s'invecchia. un po' è il gesto dell'artigiano esperto. i rapaci  sfruttano i flussi ascensionali, poco mulinare di ali.

quello che non ho, è quel che non mi manca.

quello che non è stato, quello che non è dato, è un buffo sul nulla, appunto. c'è tutto quello che invece è arrivato, arriva, c'è. [grandissima chicca di odg, nella parte finale d'autunno. sei già tutto lì. riconoscilo]. ben più circostanziato e, soprattutto, sostanziato. è la farina, l'acqua, il lievito con cui si fa l'impasto. affondarci le mani.

riconoscerlo è uno regali più belli ci si riesca a fare. non può che sgorgarne riconoscenza.

portiamocela appresso tutta, anche nell'anno nuovo. me lo auguro. lo auguro.

Monday, December 30, 2024

parole/2

il mondo non è messo benissimo. che roba assertiva, neh? temo reggerebbe a svariati tentativi di smentita. poi, ovvio, è sempre una questione relativa. potrebbe andare molto peggio. come e quanto ci sarebbe solo da sbizzarrirsi. però il mondo non è messo benissimo. vero. mondo è un po' vago. oppure lo si può declinare in molti mo[n]di diversi. così diventa un poco meno vago. poco, ma almeno non è tutto e nulla assieme.

mondo come la nostra civiltà occidentale. mondo come gli altri mondi che bussano, knock-knock, alle nostre porte. mica tanto quelle del paradiso. mondo come ecosistema che genera effetti sulla biosfera. ecco, questo forse non è messo così male. semplicemente agisce in funzione di quello che stiamo adoperandoci noi, noi antropici intendo. piccola fetta di biosfera, però gran casinara e devastatrice. l'ecosistema mondo sopravviverà comunque. al limite qualche effetto più o meno massa-estinguente su di noi. noi antropici dico.

il mondo non è messo benissimo. e dubito che tra un anno, se ci sarà ancora questo blogghettino, ci si potrà scrivere: è stata invece tutta una gran figata. certo. potrebbero hackerarmi il blog. e così scriverci la qualunque. oppure potrei rincoglionirmi del tutto.

il mondo non è messo benissimo. come e quanto si potrebbe dare il la alle danze distopiche. e così ne uscirebbero scenari più o meno variegati. una roba da pollock. può essere che in parte ci si prenderà. in parte sarà peggio. in parte sarà meglio. dovessi scommettere un paio di copechi non punterei troppo sul meglio.

le prime due-tre cose mi vengono in mente. 

l'effetto della ri-edizione di dedonald-pannocchia. effetto nell'occidente cui apparteniamo. si è visto cosa è riuscito a fare al primo giro. ora che è ringalluzzito potrebbero sprigionarsi fuochi mefitici. con l'amico talmente ricco e solipsista che pensa di potersi comprare mezza galassia. [magari scazzeranno. gli ego gigaipertrofici hanno problemi a confrontarsi con dei loro simili. chissà cosa potrebbe succedere, scazzassero].

l'involuzione, in europa, per il gran sfavillio di tutte le istanze nazionaliste. che questi vanno d'amore e d'accordo nel dargli ai poteri forti, alle sinistre, a soros, alla mondializzazione, che al mercato mio padre comprò. poi scopriranno che il nazionalismo giusto è solo quello della loro propria nazionalità, di ciascheduno. c'è sempre qualcuno più nazionalista di altri. e scazzeranno.

del riscaldamento globale e degli stravolgimenti demografici che arriveranno mi fermo qui. non siamo pronti, non ci stanno preparando. sarà complicato, terribilmente.

la sensazione stiamo disgregando il concetto di democrazia compiuta matura. roba faticosa, siamo stanchi o svogliati. meglio qualcuno che decida più o meno per tutte e tutti. democrazia, stato di diritto: roba che sa di vecchio, si sgretola via. assieme alla [già scarsina] autorevolezza gli organismi sovranazionali. che si affannino per chi ha il culo al caldo e non troppa paura del domani. mentre qui siamo un po' tanto spaventatini. che sia oggettivo, lo spaventatinismo, o meno. la pancia ha la sua fottuta importanza.

è come se ci stessimo dimenticando delle catastrofi passate. che avevano dato il la a tutta quella serie di azioni, intenti, desideri, strutture per far sì non tornassero più. ed ora c'è una specie di amnesia di ritorno. e c'è 'sta voglia della lisergia delle cose nuove che s'approssimano. proviamole.

figurarsi che nel mio piccolissimo pensavo si proseguisse diretti, per la geodetica, verso le magnifiche sorti e progressive. che già da quando lo scrisse, di tornanti a tornare un po' indietro ce ne sono ben stati. tornate a tornare dolorose, molto dolorose. perché non dovrebbe accadere ora? non è una strada spianata. credo si stia formando un bell'ingorgo. e che si pensi che la soluzione sia uscire dalle auto bloccate con il crick in mano. già se succedesse da noi, in europa, abbiamo almeno una dozzina di secoli a ricordarci di cosa siamo capaci.

ecco perché baluginio, nello sguardo alto e altro. quello ben oltre l'ombelico di ciascheduno.

baluginio. doppia valenza.

quel soffio di luce che tremola dolce, è perché si sta spegnendo qualcosa? e chissà cosa succederà quando saremo al buio, per quanto figurato. sono gli ultimi bagliori senza più convinzione e poi, puff, più nulla? e cosa troveremo in quel nulla sarà tutto da scoprire. l'ordito che ne sarà ci impiglierà, e districarsi sarà faticoso, almeno tanto quanto doloroso? non occorre che accada per forza a qualcuno di noi. specificatamente tu e tu, ed anche tu che passi di qua. se tocchi di umanità passeranno in quel fortunale, non si può ignorarlo del tutto. o forse sì. è il buio che avanza. gli ultimi baluginii della piccola fiamma.

oppure.

quel tremolo di luce che soffia dolce, è perché rimane comunque qualcosa? quei tizzoni sotto la cenere che non riescono più, ormai, a spegnersi. perché ce l'hanno dentro abbastanza, abbastanza persone. non è per far gli snob. ma sono le avanguardie. quelli che la strada la aprono. [ricordo appppalla di questo preciso momento. l'amico luca e l'amico daniele che affondano nella neve fino alla coscia, acciocché l'amico di gomma, la fidanzata di lui di allora, ed io si possa avanzare verso le biuse, con meno fatica. uno dei capodanni più belli ricordi in assoluto]. non è detto che l'avanguardia sia per forza qualcuno di noi. specificatamente tu o tu, oppure tu che passi di qua. però qualcuno può esserci lì fuori. la piccola fiamma che balugina.

io sono un po' stanchino. e ci si fa vecchi. che abbia vissuto quanto tipo poco più di un ventenne non c'entra. o forse sì, c'entra. è più semplice riconnettersi a quell'utopista svarvolato che fui. si voleva salvare il mondo, l'amico daniele ed io. mi accontento di molto, molto meno. non fosse altro per la vigorosa stretta di mano scambiata col principio di realtà.

eppure. eppure. eppure.

eppur balugina.

e comunque, nel mio piccolissimo, che è un ombelicale buono, illumina la prima parola.

riconoscenza.

Sunday, December 29, 2024

parole/0

il bacchetta qualche giorno fa ha buttato lì il giochetto della parola dell'anno. la parola per ciascun ascoltatrice e ascoltatore. la sintesi, simbolica, che è sineddoche o metonimia [come mi piace 'sta cosa della parte per il tutto]. direi che come spiegazione non serve aggiungere altro.

al solito, alle suggestioni del bacchetta corrispondono effetti variegati. di cosa ne è uscito, però, non ho ricordi distinti. lavoravo più denso del solito. o forse pochi tratteggi di cose così originali. quelle che deviano l'attenzione verso di loro, anche se si lavora più denso del solito. 

ci sono altre persone che ascoltano il bacchetta. anzi. prima gli stava anche un po' sul piloro. ora è curiosa di vedere com'è fatto. alto, dinoccolato, le ho detto. così mi ha chiesto: qual è la tua parola dell'anno?

io non ho saputo rispondere subito. come se la testa, il ruminare dei pensieri, dovessero finire altro. cosa non so. sono bizzosi, a volte. come l'attenzione della gatta, il decidere di farsi coccolare: quando le va. altrimenti ciccia. così non ho saputo rispondere subito.

non so se ci ho pensato apposta, non credo. però ad un certo punto ne sono uscite due. come avessero fatto un giro tutto loro, senza che io ci badassi. e poi me le sono trovate lì, accanto, come recapitate dalla posta pneumatica.

la prima parola è quella più dell'ombelico. che però 'sta volta ombelico non ha un'accezione per forza negativa. che la parola riguarda me medesimo, vero. ma si sostanzia osservando quel che [mi] succede appena oltre. che mi riguarda, certo. e che è il caso riguardi per bene.

la seconda parola è quella dell'altro sguardo. lì l'ombelico non c'entra proprio più per nulla. non è solo guardarci oltre. è provare ad odorare lo spazio immenso che percepisco attorno.

quella persona mi ha detto, sei verboso. la parola doveva essere una. vero. solo che me ne sono state recapitate due. vai a capirli i pensieri che fanno i giri loro. che faccio le butto? no. ma non fare il permaloso, che un po' lo sei. vero. però ci sto lavorando. già fatto un bel po' di strada. poi se non c'è giudizio, o tentativo di spiegare come stare al mondo va bene. avresti dovuto osservarla prima, la mia permalosità.

la sua non era una cazziata. tanto che si è presa la libertà di buttarla sul lieve. mi piace quando le cose d'adagiano sul lieve. una cosa tipo che è l'effetto di una carezza. oppure del più casto dei baci. a volte son situazioni che prendono la via delle cose inevitabili. però si portano appresso la sorpresa di quello che non ti aspetti.

e comunque è guerra. la sua parola, intendo. era [anche] per questo l'occhietto con la luce un po' fievole dentro. è stato un refolo freddino. che se la luce è fievole il calore può attardarsi da altre parti. mi è spiaciuto, la sua parola, dico. è stato più significativo starle vicino. come a rendere qualcosa, senza spiegare. non serve. e poi c'era un addentellato con una delle mie parole.

già. non dimentichiamolo.

io avevo le mie due. verboso che non son altro.

quella dell'ombelico, però un ombelico non ombelicale.

e quella dello spazio altro, ampio.

comincerò dalla seconda.

baluginio.