Sunday, June 18, 2017

il biglietto del traghetto, e tutto quello che è venuto dopo

un anno fa - giorno più, giorno meno - scrissi un post. uno di quelli lamentoso-giaculaotori. fu al termine di un uichend emotivamente molto pesante, di rimando. scrissi di tristezze e insoddisfazioni per riuscire, finalmente, a buttar fuori tutto quello che avevo finto di non essere e di non provare. anche per quel uichend in cui mi ero posto così apparentemente sul pezzo, e pregno, e deciso. ottima finzione. solo che poi dopo, 'ste cose, solitamente le pago. difatti mi venne quel post.

l'inizio di quel uichend ero stato alla festa della radio. che per le beghine c'è radio maria. io ho radiopopolare. ma le solitudini che va a colmare non sono così diverse. ci andai da solo. faceva freddo, relativamente per quel periodo, spiacevolmente fresco. ascoltai un paio di dibattiti, un po' smarrito in mezzo ad un sacco di gente con cui mi sentivo comunque un po' estraneo. ascoltai un concerto. poi arrivò l'amica paola, con persone conosciute fuori alle casse, e di cui aveva già i numeri di cellulare. e mi dovetti sorbire pure questi suoi nuovi amici, che verosimilmente poi non vide più. poi quasi ci scazzai, con l'amica paola.

poi lo scazzo più importante arrivò due giorni dopo, la domenica. che è solitamente il giorno della festa in montagna nel bel mezzo di giugno. e tutto il portato emotivamente pesante. la festa si fa di domenica. la scalata dell'ultimo sabato di gennaio si fa di sabato. che è l'ultimo di gennaio. però quello mi è sempre piaciuto a prescindere. sono le cose di domenica ad essere più impegnativi. e nemmeno tutti gli anni. l'anno scorso non era in quel nemmeno. anzi.

poi iniziò un estate triste. a tratti autolivorosa. sentii di colpo i diciannove mesi senza far praticamente ferie. ed in parte scoppiai. travolto da passione che non riuscivo ad esalare. tutto mi sembrava compresso e senza senso. percepivo una specie di foschia di fondo. ad agosto mi sembrò di tirare un po' il fiato. semplicemente perché c'era meno gente attorno a me: al lavoro [senza il responsabile tutto sembra più leggero], in città. presi un mezza scuffia di disperazione, quasi per riflesso pavloviano [qualche post su di lei c'è, qui addietro]. quando le vedevo le primissime volte mi chiedevo se era molto timida o molto supponentemente non corteggiabile, stizzosa. non era la prima opzione. non si degnò nemmeno di rispondere ad una prima, banale, suggestione.

non ricordo un giorno lieto o che si approssimasse, anche molto da lontano, alla felicità. se non il giorno in cui si sposarono l'amica liude e l'amico luca. inizio ottobre.

poi venne un pessimo autunno ed un inverno lungo. ebbi la sensazione, in alcuni momenti, che sarei venuto giù del tutto. d'improvviso.

a parte il capodanno - peccato per la febbre dell'amica liude - fu un gennaio se possibile ancora più duro. ne avevo i coglioni pieni per tutto.
scrissi un racconto, volevo - brutta cosa il revanscismo - prendere come elemento negativo la tipa di cui sopra, quella del falso pre-innamoramento pavloviano. per una serie di coincidenze alla fine mi sembrò un cacata. avrebbe dovuto finire su una specie di pubblicazione vera. non ho mai terminato la ri-edizione dopo l'editing. quasi mi sentissi del tutto inadatto anche solo a pensare potessi scrivere qualcosa.

spensi il telefono per due giorni, a ridosso del compleanno, tanto per cambiare uno dei più tristi che ricordi.

mi sentivo bloccato, incapace di agire, ingolfato, un gommoso ed asfissiante cul de sac.

ho iniziato a frignare spesso con odg. quando sentivo venir meno la volontà di darmi una mossa. o forse per far uscire la dis-sperazione che mi sembrava attanagliarmi.

insomma. una trafila di cose così.

poi, verso maggio, le cose mi son sembrate un po' più lievi. non è successo nulla di particolare. solo che tutto mi sembrava più lieve.

la settimana scorsa c'è stata ancora la festa della radio. meno imponente dell'anno prima. ma con le stesse solitudini. la prima sera, mentre ci andavo, ho infilato la mano nella giacca che avevo appena cambiato. e che indossavo nonostante la temperatura decisamente più calda, piacevolmente calda. ci ho trovato un biglietto del traghetto. guardo la data. è esattamente di un anno fa. ricordo quel viaggio. ricordo una foto che scattai e che inviai prima dello scazzo.
l'ho guardato. e mi è sembrato di guardare una cosa da fuori. come se in fondo a tutta la trafila ci fosse una bella riga, a consuntivo. che per quanto - percettivamente - negativo, è un consuntivo. roba che si coniuga al passato.

ho strappato il biglietto. l'ho buttato nei cestini della carta della radio, mentre me ne uscivo dopo la prima serata. solo, come sempre. ma va bene uguale.

oggi sono di nuovo salito in montagna. è domenica. ed ho ribadito che le feste sono di domenica. però le bedvaibrescion dello scorso anno non c'erano. senza che sia successo nulla. ma non c'erano. ne le mie, né quelle di matreme. che poi è il fottutissimo rimando di cui comunque un po' sarei anche stufo. non so perché. non so come mai. ma in fondo me ne stracafotto. tutto è parso con molta più levità. anche i momenti di relativa noia. mentre attendevo di ripartire verso valle. la giornata è andata. ma non c'è la sensazione di cosa pesante passata. che rende tutto più leggero. no. oggi la levità è stata più ontologica al divenire.

ho fatto delle foto. anche il condividerle si è portato dietro sensazioni diverse.
un po' voglia di star meglio. è già una conquista anche questa cosa qui.

Sunday, May 28, 2017

Pioveva, cazzo se pioveva il ventottomaggioduemilasette



Fosse stato un matrimonio si sarebbe detto: sposa bagnata sposa fortunata. Senza il benché minimo appiglio ad una qualche logica stringente. Ma tant’è. Non era un matrimonio, bensì un consesso aziendale, ed in fondo si stava stipulando un contratto tra persone atte ad adoperarsi per un fine comune: oltre a quello ultimo di far profitto, creare impresa, azienda. E quel giorno di dieci anni fa esatti cazzo se pioveva. Io lo presi come un segno di presagio: sarebbe stato cazzo dura, ma alla fine non può piovere per sempre, e ne saremmo usciti. D’altro canto, non c’erano spose bagnate, perché non era un matrimonio, anche se di una [doppia] fascinazione dopaminica era il frutto. Quell’azienda l’avevano decisa in due. Si erano messi assieme pochi mesi prima. Due percezioni di sé articolate ed un po’ distorte. Erano in fase dopaminica: è il periodo in cui la maggior parte delle coppie si sente pronta ad affrontare la sfida di una maternità, è funzionale alla prosecuzione della specie. Loro decisero di fondare un’azienda.
Lei mi propose di farne parte. Un po’ per l’amicizia, un po’ perché avevano bisogno di una figura come la mia. Quando me lo chiese ebbi la percezione di toccare il cielo con un dito. Mi sentii un privilegiato: poter finalmente lavorare con lei. Oggi rimango perplesso riguardo al me di quegli anni, e di quanto fosse distorta la mia percezione di lei, e dell’abbaglio totalmente spiazzante di cui rimasi abbacinato. Al netto della mia poca autostima, ovvio. Non ero una persona del tutto sprovveduta, ero già la fottuta testa di cazzo che sono – anzi, forse di più - soprattutto in termini di selezione – stringentissima- per le persone per cui provare stima. Volevo il meglio. Lei era tra quelle, pensavo.
Accettai. Senza riserve e senza pormi troppi dubbi. Se me lo chiedeva lei non poteva che essere una cosa che mi avrebbe dato un sacco di soddisfazioni. Giusto quei sottilissimi dubbi, istintivi, verso un paio di personaggi della compagine: ma in fondo chi ero io se non il più giovane ed inesperto? Dovevo mettere a disposizione la mia tecno creatività, le mie risorse, la mia capacità di imparare cose nuove “tecniche”. E dovevo confermare quello che lei disse agli altri: è un ingegnere, ma vi stupirà per la sua vena e la sua sensibilità artistica. Garantiva per me, non potevo certo deluderla.
Accettai. Pensai che la mia vita professionale stava per imboccare la svolta definitiva. Per non dire sarei stato finalmente addentro ad un certo tipo di relazioni “milanesi”. E non potevamo che andare verso magnifiche sorti e progressive. Grandi soddisfazioni ci aspettavano. Con il corrispettivo ritorno economico. Quante volte, da lì a pochissimi anni dicevo cose del tipo: quando l’azienda ingranerà definitivamente farò questo e potrò permettermi quest’altro.
Accettai. Quel giorno cazzo se pioveva. Alla fine quel giorno venne fuori un po’ all’improvviso: la combinazioni di eventi, persone in visita, notai a disposizione per firmare l’atto costitutivo. E firmammo, in un palazzo del complesso delle costruzioni svizzere. Tra i giardini di porta Venezia e corso Manzoni. Firmammo dopo un’estenuante spiegazione punto punto al notaio della ragione sociale e l’ambito di attività. Preciso, il notaio, come uno svizzero: voglio esser certo di aver capito bene, volete fare cose troppo nuove per quello che posso intendere - diceva. Mentre fuori pioveva, cazzo se pioveva. Il presagio sarebbe stata dura. Ma alla fine ce l’avremmo fatta.
Alla fine non ce l’abbiamo fatta per un cazzo. E non perché quel giorno pioveva, ovvio. E non solo e non soprattutto, perché di lì a poco – poco dopo quel ventotto maggioduemilasette - avrebbe deflagrato la più grande crisi economica dalla fine della seconda guerra mondiale. Ce lo raccontavamo e lo raccontavamo i primi tempi. Quasi a giustificarci. Non ce l’abbiamo fatta. Nonostante la fatica, la difficoltà, le rinunce, i soldi investiti e soprattutto quelli non guadagnati in quegli anni. Non so come ci si senta quando finisce un matrimonio, o una storia importante. Ho ragione di intuire in maniera non troppo diversa.
Poi si riparte, ovvio. Anche con il lavoro di togliersi di dosso il senso di fallimento. Forse un bel passo avanti sarà quando lo decreteremo – tecnicamente - il fallimento.

[continua]

Saturday, May 20, 2017

20 maggio senza muri, oggi

a parte che il ventimaggio è una data che mi è sempre piaciuta. per quanto gli effetti positivi legati a quel giorno che non hanno avuto effetti così duraturi. però ci furono.
comunque.
ed oggi sarò in manifestazione. che mi sembrava così connaturale fosse organizzata proprio oggi. esattamente come il venticinqueaprile, che è così naturale sia in mezzo alla primavera ormai acclarata. come se qualcosa avesse scelto proprio quella data di quel periodo per far finire una cosa così orribile.
comunque.
oggi sarò in manifestazione un po' come quando vado a quella del venticinqueaprile. in termini di compartecipazione emotiva e di ideali che la animano. [poi, verosimilmente, ci andrò solitario in mezzo ad una fottia di gente. che non so quanto riuscirò a non sentire un po' estranea. ma questo è un altro discorso].
comunque.
andrò in manifestazione con una intuizione che non so quanto renderò mai pratica [forse mai], alcune idee molto chiare e nette, ed anche con una piccola dose di potenziale ipocrisia.
provo a dettagliarle, dettagliandole all'incontrario, cercando di ammonticchiare una specie di climax ascendente.
la piccola dose di potenziale ipocrisia è che non so quanto mi sentirei così coinvolto in altre situazioni. sono una persona fortunata, nonostante i miei blocchi, le mie buchette, le mie imprecisioni e cose che mi stanno zavorrando. ma vivo - ad esempio - in una bella zona, che mi piace, borghese, posso continuare a farlo e voglio continuare a farlo. sono una persona agiata, al netto del fatto che tante altre persone sono più agiate di me. non vivo problemi seri e gravi. non mi manca nulla che mi permetta di vivere dignitosamente per quello che reputo sia il vivere dignitoso. posso permettermi di fare il solidale, quello che ha abbastanza energie positive da rivolgere alle istanze che trovo inclusive, che fanno crescere l'intelligenza collettiva, che guardano oltre al benessere di quante più persone possibili, magari a partire da quelle più "bisognose" [con tutte le virgolette del caso]. però mi sono sinceramente chiesto come sarebbe e come mi comporterei, se fossi costretto in altre situazioni: logistiche, abitative, contestuali, esistenziali che in fondo non mi sarei scelto e che subirei. e so che in questa situazione ce ne sono tanti, proprio tanti, magari pure migliori e meritevoli di me. e tra i tanti che dicono "non sono razzista però" ci sarà pure qualcuno che inizia con quella frase cripto-razzista soprattutto perché la complicazione dell'esistenza li porta, più o meno inevitabilmente, a guardarsi solo il proprio ombelico, o soprattutto quello.
l'idea netta è semplice nella sua complessità epocale. la migrazione di popoli è qualcosa di connaturato al fatto di essere umanità. e in questo periodo, come in altri periodi della storia dell'umanità, è qualcosa - appunto - di epocale. non è un'emergenza [e in questo la classe dirigente politica mostra - non tutti ovvio - dalla misera mediocrità ad una merdosissima faccia]. e le cause sono talmente complicate da risolvere che è inutile, oggi, pensare di rimuoverle o mitigarle. sarà uno sforzo epocale anche quello. punto. è un po' - in miliardesimi e in logica negativa - come la vocazione maggioritaria del pidddddddì: oggi in italia non si può, punto. occorre adoperarsi per cogliere le opportunità di questo fenomeno. a partire dall'idea che l'integrazione e l'accoglienza sono inevitabili quanto necessarie. per quanto complessa è la sfida che questo sottende, chiaro. un po' per il contesto un po' per il fatto si debba crescere in intelligenza collettiva, come popolo. gli olandesi capirono, secoli fa, che non si può combattere col mare, specie se sei una depresssione: alleati e sfruttalo a tuo vantaggio. non è stato semplice, suppongo, e come probabilmente potrebbero confermare gli olandesi. ecco: io oggi voglio essere parte di quell'idea semplice nella sua complessità epocale. perché è qualcosa - di nuovo - che farà crescere l'intelligenza collettiva e sociale. perché posso permettermelo, e poiché posso permettermelo voglio farlo. perché tutta la fatica che ho fatto per divenire quell'abbozzo di caso e di coacervie disperatamente ottimistiche che sono, mi porta a fare questo. punto.

nel mio paese nessuno è straniero.

[aggggià, ci sarebbe l'intuizione che non so quanto renderò mai pratica [forse mai]. ma d'altro canto lasciar i post aperti è financo divertente...]

Saturday, May 13, 2017

a climax discendenti

mi è venuta questa associazione. impropria, decisamente. però mi è venuta.
lessi in un libercolo di storia contemporanea - ce lo fecero acquistare in seconda superiore come libro di testo, non ci studiai sopra granché. però lo ripresi in mano qualche anno dopo. scoprendo cose interessanti. tipo che il fascismo prese il potere a tempo ormai quasi scaduto, nel tempo che lo aveva fatto nascere ed iniziare a crescere.
cioè.
il primo immediato primo dopo guerra scombussolò un'intiera [giovane] nazione. forti tensioni sociali, instabilità politica, grande incertezza per l'avvenire.
nazione che aveva pagato un tributo altissimo di vite [nonché l'aviaria che impazzò subito dopo fece più vittime del conflitto], i costi importanti della guerra anche per i vincitori, svalutazione della lira. va bene gli entusiasmi immediati della vittoria, va bene il proclama di diaz e la storia della risalita in disordine su per valli di quel che rimaneva di uno degli eserciti più forti del mondo, valli che avevano sceso con tanta sicurezza e arroganza tre anni prima. va bene trento e trieste che si muore per. però il paese era in ginocchio, il futuro incerto, la classe politica mica tanto capace di cogliere il rebound epocale, i socialisti che vedevano lì lì il sol dell'avvenire della rivoluzione e la dittatura del proletariato.
insomma. un troiaio.
uno degli effetti di quelle incertezze su il nascere delle squadracce fasciste. e la menata della vittoria mutilata, e l'esigenza dell'uomo forte che rimettesse tutto a posto. la prima azione violenta fu nel '19. reduci di guerra, studenti del politecnico, assaltarono la sede dell'avanti. mica cotiche, gli studenti irredenti futuri ingegneri.
certo erano un po' maneschi questi in camicia nera, però erano per l'ordine e la sicurezza. davano garanzie. un argine per i rossi. insomma. un certo potere costituito, la reazione che non muore mai, li scambiò per utili idioti per tener sul chi va là i facinorosi. tanto quei neri li avrebbero gestiti, riassorbiti, ammansiti, al limite introdotti pure nella gattopardesca melassa parlamentare. dove chi tirava le fila era più o meno sempre lo stesso.
ed il climax stava effettivamente scemando nel '22. quindi i fascisti servivano meno. alcune istanze stavano tornando negli alvei, o comunque sembrava si potessero gestire. i socialisti massimalisti si erano scissi. era nato il partito comunista d'italia. in due facevano meno paura. anche perché cominciarono da subito a scannarsi fra di loro. e la rivoluzione ormai non sembrava riuscire ad uscire dai confini russo-sovietici. insomma: le cose andavano a riprendere il loro normale corso. tutto sotto controllo.
ma come? proprio ora che non erano più necessari questi decidevano di marciare su roma? non era un po' pericoloso? qualcuno abbozzò, che venissero. tanto li avrebbero facilmente assorbiti. qualcuno pensò che forse era il caso di mostrare i muscoli. c'erano i cavalli di frisia già pronti per sbarrar loro il cammino. magari in maniera un po' cruenta ma alla bisogna si sarebbero potuti fermare. il crapone, che a roma ci arrivò in treno, comodamente, poteva anche evitare il disturbo di partire. oppure sarebbe l'avrebbero fatto tornare indietro.
invece il re nano, pusillanime, non diede l'ordine. un'onta che - giustamente - non gli si sarebbe mai levata di dosso. sarebbe bastato un poco di risolutezza. e probabilmente ci si sarebbe risparmiati il ventennio, la dittatura, l'abominio delle leggi razziali, forse anche la guerra per come è stata la seconda guerra mondiale. re nano vigliacco.

la storia, ovvio, non si fa con i se. però ho pensato a questo.
perché ho accompagnato questo parallelo alle mie buchette. un rapporto di parecchie centinaia di milioni (la storia, tragica) a uno (me medesimo). forse un parallelo da grandissima cacata fuori dalla tazza.
però ho pensato che ultimamente

sono titillato in una sorta di autonarrazione di nevrosi, di ossessioni, di inadeguatezze. di cose che una si direbbe anche: ma che cazzo, questo è da soccorrere, mica da accoppiare. e ci sono momenti in cui mi chiedo se riuscirò, veramente, a mettermele un po' alle spalle. perché alcuni atteggiamenti sono così da mo. però ho la netta sensazione che fino a non molto tempo fa la pregnanza esistenziale era ben altra. poi sì, piccolo dettaglio, il conto era incapiente. ero tornato a farmi mantenere da matreme. però, cristosanto, io mi sentivo meno appannato. veramente un'altra persona.
però vivo però questa specie di ambivalenza.
che alcuni di questi blocchi. di nuovo, queste nevrosi, queste ossessioni queste istanze da caso umano, in realtà ora me li sto molto racconanto, perché sono [mi] molto chiari, individuati, accerchiati. [io] me ne rendo conto [di loro]. sono lì. ed è come se quella facile evidenza mi aiutasse all'idea che sbrammm, li si può domare. poi, cazzo, è vero. ne ho talmente contezza che li metto come costituivi portanti del mio essere. poi altro che fare sogni da gluuuump [saliva inghiottita con tensione] da parte di odg.
è come se da una parte mi sentissi quasi oltre il climax. anzi, forse intravvedo il climax discendente. ma dall'altra parte vivo anche la paura di non riuscire più ad uscirne. e che le cose non torneranno a risplendere [almeno] un poco di più. tipo prima. ma con un conto corrente capiente. qualche consapevolezza lavorativa in più [là dentro sono - anche - stimato, forse anche un filo di più di quello di cui mi renda effettivamente conto. e so che la stima non dipende quasi per nulla dalle mie abilità tecniche. che da una parte non è che siano così necessarie, in proporzione a quello che potrei fare, né quanto mi fotta, effettivamente, di usarle]. un po' dispero, sul ritorno di un qualcosa di shining [nel senso di brillante e luccicante]. mi ci aggrappo razionalmente. so che le cose potrebbero cambiare. ma lo so in maniera, appunto, razionale. non lo sento come qualcosa che mi strizza le vestigia emozionali. lo sento di testa. non lo percepisco di cuore o di pancia. tipo quella volta, una volta, ma sono davvero molti anni fa, che provai a pensarmi innamorato di una fanciulla in questo modo. avevo anche scelto la canzone colonna sonora. "baci da pompei" [che passi il segno della piena, su questo cuore su questa schiena, che si addormentino gli amanti all'ombra del vulcano [in effetti il principe ha scritto di meglio]]. tutta roba di testa, niente di pancia [o pisello] a proposito di nevrosi da uno che non era del tutto sul pezzo. che si è [auto]sminchiato un bel tocco di esistenza in taluni ambiti. però ora è come se fossero decisamente un po' altro.
insomma.
forse è climax discendente.
però un po' la paura di finire in una specie di pozzo. che magari non è nemmeno così alto. però l'idea di non riuscire ad uscirne.
forse invece manca tanto così. un po' di risolutezza. ed i cavalli di frisia per alcuni pensieri [quelli che si fanno convnzioni. e le cose diventano complicate e pesanti. ma tutto è solo un pensiero].
fermarli.
e a culo tutto il resto.
niente paura.

Sunday, April 30, 2017

ennniente, volevo votare pippo, mi hanno rimbalzato

[avvertenza, post sardonico et politico. nonché polemico e a bassa leggibilità].
e niente.
sono andato a votare alle primarie piddddì. a quelle della volta scorsa, ci andai con la socia, faceva frescazzo, era dicembre, un complesso dell'edilizia social-solidale di via solari, ci passa il 14 nel centro della strada, quei palazzoni con cortili enormi, che t'immagini quale fosse l'effetto con i palazzi attorno, conquista sociale, possibilità di vivere e condividere uno spazio, quel cortilone, essere un po' tutti assieme, classe che in parte pensava di emanciparsi proprio a partire dal vivere lì, che a costruire appartementi, farlo per tante famiglie i costi si abbassano e si rendono accessibili, possono starci lavoratrici e lavoratori, che anche a loro è garantito il diritto di abitare in appartamenti dignitosi e pensati razionalmente. e magari un avvenire migliore.
insomma. quella cosa cooperativa-social-demoratica lì. ora il palazzone è grigio, vecchio, un po' decrepito. triste, oserei dire.
e niente.
sono andato a votare. ho chiesto perché sulla scheda non era indicato pippo, [bah]civati dico.
mi hanno guardato in tralice. solo che voleva dire: ma che minchia dici? pippo? non è mica candidato, ci fai o ci sei? doveva essere un sostenitore di orlando, che poi sarebbe un ministro del governo renzi I e renziVestigiale I che si batte contro renzi [semicit]. un altro non ha fatto in tempo a guardarmi perché se n'era già andato, ancora prima della fine delle primarie. credo fosse un sostenitore di emiliano. un altro mi ha sguardato [sì, sguardato, non è un refiso, al limite refiso è un refuso, anzi: quasi un metarifuso]. ed io ho avuto la sensazione mi sguardasse col sopracciglio fastidiosamente alzato, entrambi i sopraccigli. e lui proprio me l'ha fatto capire con quello sguardo da superiore: quel facinoroso, ce ne siamo fatti una ragione, pusillanime traditore, roba vecchia, [auto]esiliata, rottamata, pensare che era pure venuto alla prima leopolda. tze. la sensazione è che fosse un sostenitore del vecchio nuovo segretario [o vecchio nuovo, non saprei].
mi è presa una gran nostalgia per la volta precedente. non tanto per il periodo in sé, o il fatto di esserci andato con la socia [sic]. figurarsi, ero scannato finanziariamente e non solo. e non è che possa dire: ahhhh, ci avevo tre anni ed un pezzo in meno.
no. la nostalgia è per la sensazione di possibilità che si sarebbero potute aprire. con quelle elezioni primarie, intendo. naturalmente mancate, le possibilità. tipo quando si va ad una festa, che l'attesa è quasi fica. e poi vedi come la festa si sviluppa. che quando te ne vai è quasi una liberazione.
ecco. tutta quella sensazione di possibilità e di attesa. che la frustrazione doveva ancora arrivare. la sensazione sgradevole di sentirsi un po' perculato e via via di non sentirsi rappresentato: per le scelte fatte, le politiche adottate e poi quello che racconta che sei un gufo, che non capisci, che ci vuole ottimismo [già sentita, questa]. l'ego debordante che vabbhé, io ho il bias, ma che poi riverbera in situazioni a volte imbarazzanti e si porta dietro delle incapacità pragmatiche. specie quando ti circondi di mediocri amichettituoi.
i miei occhietti devono essersi fatti mesti, pensando tutto questo. quello che che mi guardava, col sopracciglio fastidiosamente alzato, ha così sgranato gli occhi.
sembrava mi rimproverasse nel dirmi: ma come? e la festa della democrazia primaria? quegli altri votano via gueb e lo fanno in sessanta. noi non siamo meglio dei nostri dirigenti? la possibilità di far ripartire l'italia che che in questi mesi si era fermato - che hanno bocciato, sciamannati, il nostro referendum costituzionale che doveva venire giù il mondo e invece siamo ancora qui. al limite ci vestiamo di blu per la manifestazione del 25aprile, che siamo europeisti en marche. che una volta va bene essere macroniani, mentre se serve, alla bisogna, anche far gli emuli di quegli altri populisti, e darla addosso all'europa brutta e cattiva. son tutte cose relative. l'importante è che comandi chi deve comandare.
ecco, appunto, siamo ancora qui. ho girato mestamente i tacchi e me ne sono uscito. via stendhal ora è a senso unico. incamminandomi mi son trovato controcorrente al traffico veicolare.
non è più nemmeno una situazione controcorrente, ormai.
ma proprio di estraneità - al netto dei miei stati depressivi transitori.
la cosa interessante è che c'è un sacco di spazio, ancora. tipo per accalorarsi o prendersi a cuore istanze o situazioni in cui un qualcosa di sinistra si adoperi. ad esempio contro le sperequazioni, e non per. si adoperi, e non si fermi alle mozioni.
certo, cazzo, sinistra. senza la paura di dirlo o viverlo. che certe categorie politiche non basta affermare siano superate, perché le istanze che dovrebbero rappresentare lo siano ugualmente [tipo, in sedicesimi, la storia della vocazione maggioritaria, che poi il quadro sia frammentato, spezzettato [non uso balcanizzato, che almeno qui non si muore, al massimo ci si copre di ridicolo] vabbeh, vocazione maggioritaria].
che, si sa, dire non esiste più la destra e la sinistra è, poltigliosamente, di destra.

Tuesday, April 25, 2017

ora e sempre

come ogni anno, e di più ogni anno, il venticinqueaprile viene usato come scudo per distinguo. tutti uguali chi lo festeggia, ma poi c'è quello che è più venticinqueapriloso di altri. o quello che lo intepreta meglio. o quello che che dice agli altri di unire il fronte antifascista, però vedi di farlo come dico io. un po' la storia della giacchetta, tirata di qui o di là, a 'sto venticinqueaprile. strattonato che così chi lo strattona un po' se n'è dimenticato il senso più profondo. un po' terreno di disfida.

che venticinqueaprile verrebbe da usare il maschile.

ma che poi una cosa così bella non può che essere donna.

che poi anche Costituzione è femminile, ed un po' tutto torna.

ecco. secondo me, come ogni anno, ed ogni anno di più, converebbe tornare un po' all'essenza. che rende tutto più semplice e serenamente dirimente.

c'è una Carta, figlia del venticinqueaprile, che su determinati valori si fonda. che si possa ritoccare qua e là è financo pacifico. ma il cuore pulsante no, quello proprio no. così come le radici. non si possono estirpare. sono poi quei valori per cui continua ad avere molto senso, grande senso, fottutamente senso, festeggiare il venticinqueaprile. settantadueanni dopo, e poi ancora dopo, e ancora dopo, e ancora dopo.

è semplice. chi si riconosce in quei valori sta di qua. la polemica su chi sia più bravo a starci è vero, fa girare i coglioni, perché è pelosa furbizia. ma c'è abbastanza spazio, di qua.

già, di qua. dalla parte di chi ha fatto la scelta giusta. e tutti coloro che oggi la riverberano.
di là: no.
le scelte non sono tutte uguali. non importa nemmeno se fatte in buona fede.
il punto è dirimente, ed assoluto. di là la scelta sbagliata. di qua quella giusta, nessun relativismo.

ora e sempre.

Saturday, April 15, 2017

passate le campane

il post pasquale è un po' una specie di must. per certi versi è l'evoluzione della mail che inviavo all'amica queenfrancy. che poi è anche colei che mi titillò ad aprire un blogghe ["ci sono un sacco di donne che ci scrivono, più degli uomini, conosci un sacco di gente"].
nella mail, che le inviavo, c'era sempre dentro la storia delle campane che si scioglievano a distesa, a festa. roba che squarcia il silenzio che inizia dalle tre pomeridiane del venerdì, con un rintocco lento e profondo: la campana a morto. mentre qui, la distesa, è il momento della resurrezione.
è tutto dentro la simbologia della liturgia più lunga che la dottrina cattolica preveda. la madre di tutte le celebrazioni, la veglia delle veglie.

insomma.

gliela menavo alla francy perché per anni, quelle campane che squartavano il silenzio della notte pasquale, tecnicamente, mi facevano male. e la lettera alla francy era un modo per mitigare tutto quello.

il perché non sono mai riuscito a spiegarmelo del tutto. sopratutto perché ad un certo punto ho pensato che potevo anche smettere di cercare di spiegarmelo. anche perché poi, dalla mail alla francy, si è passati al post.

sicuramente c'era dentro l'eco per un qualcosa che sentivo estremamente vivido e/o vivo, anni e anni fa. frequentavo e praticavo e la pasqua era il punto nodale, la cogenza che si fa momento fondante. l'eco di qualcosa di forte che pensavo fosse necesario e imprescindibile.

da quando le campane ho cominciato ad ascoltarle da fuori, quasi temendo il momento in cui si sarebbe propagato il primo clangolio, si è posta la necessità di doverne trovrare un altro. più o meno a tutti i costi. una specie di desiderio lancinante. che poi faceva mischione con le luci, i colori, le sensazioni inebrievoli anche per un naso sordo come il mio, di questo: che poi è quello primaverile. quando la natura ricomincia a prendere ritmo e tutto sa di rinascita, di ripartenza. gli stessi simboli, le uova, il coniglio. tutta roba che rimanda alla nuova fecondità.

ed io mi sentivo sterile. per tutta una ragione di incompletezze e di non realizzazioni. per quanto cercate e desiderate. altro cazzo sentirle con timore, quello squarcio nella notte.

oggi gironzolavo per la hometown. sono passato accanto alla chiesa e mi è venuto di entrarci. era tutto pronto. ho riconosciuto i segni e i simboli - a partire dai drappi - che sono comunque memoria e che non posso eradicare. ho visto quel tipo di luce. certo. ho ripensato anche ad alcune pasque lancinanti per il fervore emozionale che provavo allora. ma ero teenager radical-idealista, e mi innamoravo in maniera totalizzante. che poi fosse nevrosi, l'ho scoperto dopo. allora c'era solo il turbinio agrodolce di qualcosa che in potenza era potentissimo. ma solo in potenza rimaneva. ed il tutto si mischiava nel totus religioso-celebrativo. spero si intuisca che mescioni facevo, e perché è stato così difficile sgarbugliare il tutto.

ed oggi, in quella chiesa vuota, per caso ho incrociato l'amico storico. quello che si agnosticò quando io furoreggiavo per l'altra sponda. salvo poi raggiungerlo una diecina di anni dopo. naturalmente lui era con una donna. una delle più che frequenta in questo periodo, con variegati coinvolgimenti. non credo sia così causale l'abbia invitata proprio 'sta sera. forse per non stare del tutto solo.

ed in quella chiesa mi sono accorto di quanto, in fondo, mi senta decisamente più affrancato. e molto libero. anche l'ossessione di cercare un succedaneo a quella sensazione che trovava nella pasqua il suo climax. non so quanto durerà. so che è legata al contesto. e mi fa sensazione strana - e rilassante - che sia venuta fuori dopo mesi piuttosto più complicati del solito - dentro. fuori le cose vanno più che discretamente.

naturalmente stasera hanno suonato le campane a distesa. però, per qualsiasi causa o motivo o contesti [più o meno duraturi], le ho ascoltate. serenamente affrancato da loro. anche per questo, in fondo e da scriverci dopo, me le sono godute.

Sunday, March 26, 2017

attorno ai sessant'anni dei trattati di roma e quisquilie sull'intelligenza collettiva ed altre amenità psicopipponiche

m'è venuta un'altra piccola psicopippa. peraltro con valore pragmatico praticamente nullo [cfr. dopo]. è in qualche modo omologo et legato al post precedente. quanto meno sulla psicopipponicità di fondo. m'è venuta mentre seguivo distrattatamente la cerimonia per il 60° anniversario dei trattati di roma. che, con molta enfasi, ci hanno ricordato essere i trattati che hanno fatto nascere l'europa unita. e giù con la pomposità del mainstream più o meno governativo. e quindi sullo stato di salute di quel consesso. sugli effetti positivi e sulle speranze disattese. sulle istanze che sono in potenza e sui paradigmi di fondo da ripensare. e quindi, giù in milionesimi, come la vorrei io, in estrema sintesi: meno culo spianato e prono a questo neo-liberismo ed un approccio più umano - e coraggioso - come la sua storia dovrebbe suggerire con i migranti [visto che, tra l'altro, è un fenomeno epocale. roba di cui parleremo per i prossimi decenni].

insomma.

ascoltavo distrattamente mentre pulivo casa, e quasi con ovvietà si è sentito l'insieme del coro del quarto movimento della Sinfonia n. 9 in re minore per soli, coro e orchestra Op. 125, nota anche solo come Nona sinfonia o Sinfonia corale. insomma, l'inno alla gioia.

e mi è sovvenuto di aver letto, da qualche parte, che ludovico van [cit] dovette usare la versione dei versi di schiller e del suo ode alla gioia:


Alle Menschen werden Brüder, [tutti gli uomini si affratellano]


invece altri che tradotti dicevano - vado a memoria - "tutti gli uomini sono uguali e fratelli".

versi che vennero censurati perché considerati sovversivi.

ecco, è roba di due secoli fa, nemmeno. e sessant'anni fa si misero i presupposti per istanziare un qualcosa che a quei versi facevano comunque riferimento, e quindici anni dopo quell'inno e quella musica diventò l'inno dell'europa unita. certo, certo. fu una reazione - construens - al più grande abominio mai pensato e perpetrato dall'uomo. dopo i drammi di due guerre mondiali e tutto quello che significò.

ed un po' sardonicamente, ludvig e friedirich, ci fosse un paradiso chissà quante volte hanno abbozzato per 'sta cosa. roba da: facciamo sommessamente notare che ve l'avevamo detto!

però, manco ce ne fosse bisogno, è altro esempio di come le intuizioni - visionarie - di alcuni, diventano esperienza condivisa dopo un po': tanto, poco, chissà a che prezzo. baluginii iniziali grazie a geni - nel senso più ampio del termine - che arriveranno ad illuminare la strada che si sta percorrendo, come gran bel pezzo di umanità. e roba che serve a buttar sempre più indietro l'istinto bestiale che ci portiamo tutti dentro.

e tutto queste cose qui è il bagaglio di intelligenza collettiva, che è a disposizione di ogni fottutissima creatura che viene al mondo, in potenza.

sarà. ma a me 'ste due cose continuano a lasciar a bocca aperta. come anche se questo fosse una stilla di senso a starci su questo fottutissimo mondo. comprenderla al meglio 'st'intelligenza condivisa. e far qualcosa, qualunque cosa, per onorarla e, se capita, mettercici un respiro in più. ed il mio modo di essere un ottimista, per quanto disperato.

già, disperato.
perché è ovvio che tutto questo ha un senso pragmaticamente nullo. non credo possa essermi utile per alleviare la malinconia da domenica sera. ed il pensiero che domani tornerò in quel posto che a suo modo contribuisce a frustrarmi di senso, oltre che rimpiunguare il conto corrente.
o mitigare la considerazione di grande incompletezza, senza sapere bene da che parte cominciare a provar a completarami.
di più.
il fatto di pensare ai millenni da qui in avanti e all'umanità, che sarà migliore di oggi, è un modo per sganciarsi dall'oggi e dal me - ombelichismi a parte. e l'immarcescibile senso di realtà. anche se è un essere immarcescibile che marcisce e si rigenera in ogni momento. e perdere di vista il senso di realtà è una delle nevrosi da qui devo guardarmi con più solerzia. non foss'altro per il fatto piuttosto probabile, che tra qualche millennio, non ci sarò più, mentre l'oggi e la realtà è quello che dovrei vivere. magari, toh, per cercare di capire da che parte cominciare a completarmi. anche per evitare di dire domani: ieri potevo far altro, e meglio.

quindi, 'sta cosa dell'intelligenza collettiva che ci farà diventare meglio, occhei.
oltre al post, anche domani, vediamo di attaccarci lì un soffio in più. che magari mi percepisco un soffio meglio. e capire anche che potrebbe essere un soffio di completamento.
[poi, come si soffia, nel respiro, si ispira ed espira. ciclici. tipo il mio umore].

Wednesday, March 22, 2017

semo tutti westminster

che poi a me, quando succedono le cose come quelle di londra tipo oggi, mi viene di esser coinvolto in un mood molto teleologico. specie se non sono impegnato a contemplarmi l'ombelico. che già è una buona notizia - personalissima - che si affonda nella cogenza importanza dell'altra di notizia.

tralasciando alcune considerazioni del second'ordine [per dirla alla sviluppo di funzione mediante serie di taylor] è come se mi sembrasse ancora più inevitabile l'evoluzione dell'intelligenza sociale dell'umanità.

per il semplice fatto che gli elementi che - nella complessità del sistema sempre più interconnesso - sono negativi, si contrappone la risposta, orgogliosa, convinta, ineluttabile di una totalità importante.

ed è innegabile che l'elemento negativo sia fottutamente più efficiente nella resa: un singolo terrorista può impattare, rinculare, propagare il suo agire con un effetto deflagrante importantissimo. ne basta uno, basta un singolo evento ed un pezzo importante di coscienza condivisa mondiale è coinvolta a vari livelli.
e si contrappone, ad un'azione molto pragmatica e destruens, prese di posizioni di principio, di proud, e di reazione morale condivisa per certi aspetti eterea, non necessariamente fattiva.

è l'iperbole elevata ad una certa poteza del: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce.

il fatto cruciale è, appunto, l'inevitabilità. e la numerosità degli alberi. perché - nel caso puntuale di oggi - se ad esempio ascoltando il sindaco di londra uno si sente appartenere al noi e al non ci arrenderemo mai è perché è dentro nel bailammè [silenzioso e inesorabile] della foresta che cresce. e non importa se io a breve potrò tornare nella mia buchetta, altri perderanno le speranze, altri se ne andranno: come tutti, del resto. io son solo un neuroncino dell'intelligenza collettiva. e - se perché sarò nella buchetta o perché non ci sarò più - mi sostiutuiranno due neuroncini magari molto più in gamba di me, nonché più giovani. che daranno il loro contributo a crescere la foresta dell'intelligenza collettiva.

e c'è un'enorme freccia del tempo, che va in un'unica direzione, lo fa da svariati secoli, continuerà a farlo. noi siamo solo di passaggio. l'intelligenza collettiva è a disposizione di ciascuna creatura, e ha davanti una buona approssimazione di quella che potremmo definire eternità [si sa che non è esattamente così, ma è una buona descrizione, suvvia]. per questo figurarsi se può preoccuparsi di un singolo, efficientissimo, terrorista. ed il discorso vale anche con altre quantità idi eventuali terroristi, non è questo il punto. quindi si va avanti, si prosegue. inevitabile, teleologico. [forse sono un po' insoddisfatto della contingenza. e mi butto un po' avanti]. singolarmente siamo poco efficienti. ma siamo in tanti. e l'effetto complessivo dei neuroncini ha davvero un sacco di tempo. ma proprio tanto.

ovvio che vinciamo noi.


Sunday, March 12, 2017

adddddà passsssà a

declinazione di oggi: non ha neppure più tutto 'sto senso provarci.
dev'esser la prima volta che la sfiducia ammanta fino a queste istanze.

Wednesday, March 8, 2017

il banchetto delle mimose, mezzanino della metropolitana

volevo discettare [criticandolo] di renzi. però poi ho pensato che ci sarebbe pure qualcosa di più bello. e anche per delicatezza nei confronti del mio amico itsoh: un po' mi disturbava farlo proprio dopo il piccolo post [suo] genetliaco.

uscendo dai tornelli della metropolitana ho visto i banchetti di mimose. sono sul pezzo i dispacciatori, cominciano prima. non so quanto sia tatticamente ineccepibile la scelta di tempo. però se lo fanno è perché conviene loro farlo: io mi frustro in un lavoro d'ufficio piuttosto tedioso, non vendo gli oggetti alla bisogna del momento nei mezzanini delle metropolitane. che vorrò mai saperne.

di primo acchito mi ha fatto un po' di leggera tristezza. vedere  quei rametti di mimosa pronti all'uso, veloce, rapido, all'occorrenza. domattina i prezzi saranno piuttosto elevati. ora di sera le mimose rimaste si venderanno a prezzo di saldo. lì, così già disposte, sembravano avessero un sapore di consuetudine. che forse non ha spessore. un po' come il post che pensavo avrei scritto.

cioè. non è che sapessi cosa sarei andato a scrivere. così come non l'ho ancora mica in mente del tutto in questo momento in cui scrivo "in questo momento". intuivo però rischiasse di essere poco pregno, abulico, scontato, financo banale. ovviamente c'è di mezzo lo zeitgeist personalissimo di queste settimane. ed è piuttosto patetico debba infilare le mie contumelie anche qui, in un post sulla festa della donna. perché una cosa del genere o che le si approssima, se non lo si era ancora capito, vorrebbe essere questo post qui. [e comunque avevo la sensazione ci avrei infilato la contumelia dello zeitgeist, anche molto prima di scrivere "in questo momento"].

ed in ogni caso intuivo il piccolo scoramento nel ragionare di come, in questo personalissimo zeitgeist, sarebbe stato oltremodo difficile sintetizzare qualcosa di veramente originale e veramente nuovo: ansia da prestazione ex-ante. poi sì, ovvio, c'è un po' il percepito generale che - di nuovo - in questo periodo non corra il rischio di sopravvalutare nulla nel campo del positivo. giusto per usare un eufemismo.

e non solo. non tenderei ad escludere che questa personalissima e circostanziata buchetta, per quanto persistente e noiosetta [altro eufemismo], si sia generata anche per responsabilità delle donne. anzi no: del mio non riuscire a concretizzarci nulla, nonostante un desiderio che ha ricominciato a respirare quasi a pieni polmoni. quindi non è colpa di nessuno, se non della mia timida incertezza e del [fottuto] contesto.

però ho già scritto troppo della buchetta. dovrei tornar su e cancellare almeno trequarti di quello che ho già buttato giù, e buttarlo via. ovviamente non lo farò.

quindi c'è un po' di questo anelito di irraggiungibilità: quasi pratica, fattiva. nel senso che io non riesco a raggiungerne quasi niuna. e che si unisce a tutto quel complesso di cose che le rende uniche. tecnicamente meno banali degli uomini. dev'esser per questo che mi incazzo ancora di più quando ho a che fare con un'idiota, e questa è donna. perché ovvio esistono le campane della gaussiane anche per loro. però c'è un lato irrazionale, o inevitabilmente innamorevole di me, che si dimentica di questo. una specie di minusolo rapimento emotivo in cui si incunea lo stupore agghiacciato: tu sei donna, non puoi esser stupida, lasciala a noi uomini 'sta cosa.
ed in questa inspiegata perplessità credo ci finisca un po' di tutto. anche se non so quanto del tema portante di "ciao maschio", visionario e spietato film di ferreri che ci vedeva lungo sulla decadenza del maschio. quanto dello zeitgeist di cui  [troppo] sopra. quanto di qualcosa totalmente non gestibile e che le rende intimamente inafferrabili, per noi uomini, persino quelli con componente femminile elevata.

e a voler anche buttarci dentro una delle cose più brutte, la violenza di genere - in tutte le sue forme e gradazioni - credo ci sia un po' di questo. il non riuscire ad arrendersi a questa intima inafferrabilità, per quanto percepita forse al di sotto del conscio. talmente spiazzante che di controbalzo fa fare il fallo di reazione. anche se è, né più né meno, una reazione da bestia ferita.

a lasciarle andare, invece, in quella loro intima inafferrabilità si può solo sperare di intuirle: osservandole da un'altra parte rispetto a dove se ne stanno loro. anche quelle nella parte bassa della campana, savàsadannnidddiiir.

e provar a raccontarselo, farsi [ri]attraversare da quello stupore mi fa trasfigurare il ricordo delle mimose sul banchetto, nel mezzanino della metropolitana. che il valore non sta in dove si prendono per regalarle. ma nel fatto che quella mimosa la si dona per celebrare anche [o soprattutto?] quell'inafferabilità. che noi uomini avremo comunque sempre qualcosa da imparare da loro.

quand'anche, e soprattutto, dovessi mai incrociarne una in particolare.

e a culo pure lo zeitgeist.

Friday, March 3, 2017

piccolo-post-genetliaco-itsohico

ci sto pensando da un po'. al post genetliaco per l'amico itsoh.
solo che l'amico itsoh ed io ci siamo scissi.
no. ovvio che stia usando un trucchetto retorico addentellante la più o meno cogente attualità politica. [che però è talmente svilente che io mi sento un leone ruggente la propria autostima].
l'amico itsoh ed io siamo scissi perché spesso mi sento veripraud delle cose è riuscito a combinare, fare, ri-cominciare. e non dire di molte considerazioni, analisi, recensioni, riletture che propone. roba che spesso mi dico: cazzo, vorrei averla avuta io 'st'intuizione.
anzi.
ormai non lo dico quasi nemmeno più. troppo più avanti. e non si tratta di poche incollature.
no, no. proprio distanti.
scissi, appunto.

gli faccio gli auguri uguale. che poi conta poco se siamo scissi. l'abbraccio comunque. anche se forse meritava un post genetliaco un po' migliore e meno affranto di questo.

vabbhè. magari passa.

intanto auguri amico itsoh [scisso].



Saturday, February 18, 2017

buon compleanno, stocazzo

e pensare che il uichend scorso mi son pure detto: a 'sto giro è di sabato, quasi quasi organizzo una specie di festa o sublimati, giusto per condividere la giornata genetliaca.
è finita che ho tenuto il telefono spento - come lo è ora - per tutto il giorno.

tanto per cambiare non ci è voluto moltissimo a farmi passare da un umore all'altro. solo che quando passo a quello pesto mi sto scoprendo abile a esplorare nuovi anfratti disperanti. nel dettaglio un venerdì dicisassette [quattrocentodiciassette anni dal rogo di giordano bruno] iniziato male e stanco. tre [piccoli] rimbalzi scorrelati ed involontari, ed un quarto che si è palesato quasi beffardo, da altrettante donne. un kebab ed una birra che hanno prodotto un fastidioso pungolo allo stomaco per gran parte di un concerto piuttosto poco empatico, per me almeno. gli auguri di matreme e delle bestiole di casa giunti poco dopo la mezzanotte, quindi accolti quelli di chi ne ha l'ovvia primigeneità. mi son detto: spengo il telefono, e divento irreperibile. come se non mi sentissi pronto ad accogliere il piccolo giubilo perché mal riposto.

così è stato un brutto compleanno. verosimilmente il più brutto mi sia mai capitato di vivere. con l'angosciosa sensazione sarà il primo di una lunga serie se non mi darò una mossa. che poi è il nocciolo della questione. darsi una mossa, agire, fare, sintetizzare una qualcosa forma di reazione e di porsi costruttivamente per andare oltre. esattamente quello che non riesco a fare. da qui l'insoddisfazione - a 'sto punto - verso di me piuttosto che verso il contesto. se non si rischiasse di fraintenderlo, o se non fosse così forte mi verrebbe in mente un altro sostantivo da rivolgermi: disprezzo. che ormai l'ho scritto, e non so quanto valga la parte iniziale del periodo per sminuirne l'effetto, o il senso.

per questo non mi sentivo degno di ricevere auguri, più o meno sentiti. per quanto degno sembra così intriso di retorica, che pesca a man bassa dalle categorie morali. ma il disagio è quello, di quel parentado di manifestazioni in cui l'autostima sembra di nuovo evaporata, con una tale facilità che al ghiaccio secco fa una pippa. incapace di godermi l'affetto altrui, più o meno sentito, perché sono il primo a non volerlo a me stesso. e quindi con una certa protervia lascio fuori dalla porta quello degli altri. forse perché è una specie di richiesta d'aiuto che però so già faticherò ad accettare.

sono i paradossi o le circonvolute logicità delle mie ossessioni nevrotiche. nonché, diciamolo, delle pipponissime estravaganze di uno che non ha grossi cazzi a cui pensare, niente di veramente preoccupante o serio. almeno in questo momento. e quindi vagola a ricercare con una certa soddisfazione qualcosa che lo possa rendere infelice, o disperante, o scoraggiato, o asociale. che poi è anche questo un punto cogente. l'ossessiva ricerca da speculazione [pre]intellettiva, con cui mi difendo dal fare, agire, prendere contatto con la fisicità delle cose. come se quel meccanismo di difesa che ho usato da subito per affrontare la complessità del divenire, che ho colto a grandi linee  prestissimo da piccolo, si stesse rivelano qualcosa di ipertrofico. ed impazzito mi blocca. una specie di malattia autoimmune. e mi fa vivere così, che uno spegne il telefono, per lasciare tutto il resto fuori.

solitamente, negli ultimi anni, tenevo questa parte di giornata genetliaca per rispondere a ciascuno. oppure per scrivere il post tardo genetliaco da convidere - uno ad uno - con coloro che si erano ricordati. solitamente provavo una specie di piccola nostalgia per il fatto la giornata genetliaca volgesse al termine, nonostante le apprensioni che l'anticipavano.
questo [brutto] compleanno lo faccio a mo' di contrappasso. rimanendo nell'alveo ossessivo della speculazione abbastanza fine a se medesima, con cui mi difendo. a 'sto giro declina nello scrivere.
un po' perché rimanga traccia nelle contumelie blogghiche. un po' per chiedere scusa a chi, eventualmente, leggerà qui. perché in fondo voglio poco bene a me medesimo. e rendo difficile che gli altri me ne vogliano. è una doppia mancanza. oltre che il viatico acciocché qualcuno possa - giustamente - dire che può bastare anche così. e così in teoria darmi l'occasione futura per continuare a lamentarmi.

ovvio che diventa oltremodo complicato continuare così. e soprattutto stancante. troppo stancante.

è probabile che domani appizzi il telefono. ed arriverà tutto insieme quello che ho, surrettiziamente, tenuto fuori oggi. perché nei comportamenti ossessivi, quand'anche per difendersi da sé medesimi, c'è dentro sempre un qualcosa di irrazionale, e soprattutto che non è efficace. quindi arriveranno tutti assieme.

chissà se troverò quello dell'amica paola. o se potrò prenderla per il culo per un altro anno, ricordandole e ricordando ai suoi amici che si è dimenticata anche di questo genetliaco mio. perché d'altro canto lei ci rimane male quando gli altri si dimenticano del genetliaco suo. per quanto è meno irrazionale il suo comportamento rispetto al mio.

tanti auguri a me, stocazzo. e chiedo scusa se qualcuno che passa di qui ha trovato il telefono spento o similari. posto questo post, spengo il piccccccì, vado a dormire e la chiudiamo qui. prima addirittura che finisca la giornata delle ventiquattrore: davvero pessime. [ma in fondo ho fatto tutto io].

Wednesday, February 15, 2017

piccolo memento, quanto penso che bisognerebbe smontare un po' i piedistalli alle persone

la prima ragazza cui mi sono dichiarato di chiamava nicoletta.
cioè, intendiamoci, non è stata una dichiarazione nel senso stretto del termine. diciamo che glielo feci sapere. latore del mio messaggio da innamorato fu orazio, un mio compagno di classe. me l'avevano messo vicino di banco perché ritenevano potesse essergli utile. situazione scolastica complicata. era simpaticamente un rompicoglioni ueueeueesco, orazio. devo averglielo confessato - per la prossemica obbligata - che mi piaceva nicoletta. e organizzammo acciocché fosse lui a farglielo sapere.

io non avevo naturalmente il coraggio.
dopo che orazio glielo fece sapere lei tergiversò, doveva pensarci, riferì. quindi ci avrebbe detto lei: non so se ad orazio o direttamente a me. io mi sentii però da subito libero da un peso. e soprattutto  autorizzato ad osservarla con gli occhi a forma di cuore. rincoglionito ed inebetito, verosimilmente. lei mi sgamò un paio di volte. la prima forse provò financo piacere. la seconda percepii distinto di aver pisciato fuori dalla tazza del vaso. si indispettì, intimidita probabile, dal mio sguardo da pesce lesso innamorato. da lì a pochi minuti disse ad orazio che non se ne faceva nulla. il primo due di picche per interposto compagno di classe simpaticamente rompicoglioni e ueueueuesco. naturalmente piansi lagrime amare, da lì a poco, a casa: tutto smetteva di avere senso, e non avrei più amato nessuno come lei.

la dichiarazione vestigiale per vergognante timidezza.
caricare di ossessione la potenziale storia.
il due di picche [con annessa fine della mia esistenza da innamorato].
tripletta.
roba che era già in voga allora. come se me le portassi geneticamente dentro. e di rimbalzo in rimbalzo - non nel senso specifico del due di picche - fino a tutte le difficoltà, le nevrosi, le complicazioni che sconto ancora oggi. invero anche se negli ultimi tempi un po' di tutto ciò è stato smontato. d'altro canto coi soldi che già dato ad odg. il fatto è che da smontare c'è tanta di quella roba che levete.

vabbhè.

mi è sovvenuta nicoletta sotto la doccia. e non per quello che onanisticamente si potrebbe pensare. mi è sovvenuta nicoletta perché allora lei era innamorata, mi dissero poco dopo, di un suo compagno di classe. invero con la faccia un po' da pirla, pensavo. però nicoletta era persa dietro costui. in realtà poi c'era una sorta di classifica delle persone che le piacevano, come per molte sue compagne del resto. ed era un ranking dinamico, nel senso che uno saliva o scendeva a seconda dell'evoluzione del ciclo degli zuccheri ed ormoni che già regolava la ciclotimia di quelle femmine, anche a quell'età. alla cima di quel ranking c'era pur sempre quello con la faccia da pirla. e, udite udite, in quel ranking c'ero pure io. a dirla tutta ero messo piuttosto male dopo il due di picche, però mi capitò di risalirci. ricordo che una volta a diretta domanda
- ma a nicoletta piace di più questo tizio o io me medesimo?
- no, mi ha detto che adesso tu le piaci più di costui.
- allora guadagno posizioni.
- sì, anche se ce ne sono ancora un bel po' davanti.
poi qualche giorno dopo.
- comunque mi ha detto nicoletta che adesso le piaci più anche di quest'altro.
- accidenti, le piaccio sempre di più, allora.
- certo, e se arrivi a piacerle più di [biiiippp], allora significa che il suo cuore sarà tuo [il [biiiip] è per censurare il nome di faccia-da-pirla, e dubito che ci si riferisse in maniera corretta al pronome femminile in -le, piuttosto sbagliavamo usando il -gli]

sotto la doccia mi è sovvenuto questo ricordo del ranking. perché in fondo lo sto usando al contrario. o quanto meno in maniera instrinsecamente denstruens. perché mi sta capitando di riconsiderare la considerazione verso talune persone, tipicamente abbattendole un po' dal piedistallo in cui le avevo piazzate. e poiché piazzare persone sul piedistallo è una nevrosi in cui mi sono esercitato con vigore e convinzione, almeno fino a un po' di tempo fa, in fondo la maniera instrinsecamente destruens è qualcosa che diventa ontologicamente construens. quanto meno per me. forse meno per l'ego delle persone de-piedistallizzate. anche se è probabile non verranno mai a saperlo.

ecco. sto considerando il ridimensionamento del piedistallo di uno che stava abbastanza piedistallizzato, per una serie di coincidenze e di fraintendimenti. ora sono un po' più assertivo, se non anche a tratti meta-incazzato, sicuramente più critico. poi il resto vien un po' da sé. considerando che la stima che prima sembrava esser nata come incondizionata si può anche ri-pensare, pur rimanendo magari alta. senza strepitii. ma pensando che qualche cazzata più del previsto passa in quella testolina. e che forse il modo di raffrontarsi non è sempre e necessariamente encomiabile.

forse è la frequentazione più assidua.
forse è che sono più sul pezzo io.
forse i piedistalli non hanno proprio ragione di esistere. quindi neanche il suo. poi vabbhé, quando si cade dal piedistallo, il rumore può esser robodante. ma poi passa, intanto si è mosso il ranking dei piedistalli. chi lo sa a chi tocca un livello sopra?

Sunday, January 22, 2017

saviano e la pizza

ho impastato la pizza.
e mi è venuto in mente saviano, e la sua paranza dei bambini. nel senso dell'ultimo libro. supervendutisssssssimo, ovvio.
ero piuttosto curioso di leggerlo. volevo metterci il muso dentro e farmi un'idea della sua sfida con la scrittura creativa. a 'sto giro ha vinto, e piuttosto di brutto, la scrittura creativa. dire che mi abbia convinto poco è un gentile eufemismo. non che mi aspettassi chisssssàcccche. uno degli editor del libro aveva lasciato trapelare - mooooolto tra le righe ed in un contesto didattico - fosse pregno di difetti nei fondamentali.
certo, il tema è forte, intenso. quindi non è difficile essere coinvolti dalla storia. e quando il plot cattura l'attenzione si mulinano le pagine, per scoprire come si distende e come va a finire. [e non mi stupirei ci fosse una continuazione].
ma è come l'impasto della pizza quando si è appena cominciato a maneggiare con voluttà la farina, l'acqua col lievito, poi quella col sale. è spezzettatamente ancora grezzo, sotto le mani si sente qualcosa di poco liscio, parziale, incompiuto, poco plastico: grumi. ecco, sono i grumi che dicono, vai avanti a impastare, friziona, lavora, tira i lembi, riuniscili verso il centro della palla, schiaccia e continua fintanto che il tutto diviene omogeneo. ed i grumi son spariti ed eccolo lì: l'impasto.
quel romanzo è grumoso. incompiutamente grumoso, a tratti fin con un leggero fastidio. forse ha preteso un po' troppo, forse ha sbagliato le dosi, forse è partito da ingredienti eccentrici.
un sacco di grumi.
certo. le parti che son riuscite meglio sono quelle di taglio narrativo-giornalistico. che poi è quello di 'gomorra'. che è un libro minchiaminchia migliore. e non solo per il valore simbolico che ha rappresentato e rappresenta.
quindi, mentre impastavo e sentivo stemperarsi i grumi della farina, mi son venute un paio di psicopippe, al brucio, velociveloci.
che si è fatto di un ragazzo, che è divenuto simbolo con quel libro di esordio, un progetto di marketing, così ben riuscito che si acclara in un prodotto commerciale importante. e che, per quanto simbolo, è un prodotto commeciale che può produrre - savàsaannndiiirr - cose molto mediocri [poi, chiaro, uno non dimentica quanto dev'essere un cazzo dura, per lui, vivere da più di dieci anni sotto scorta, e chissà per quanto tempo ancora. quindi tantatanta stima].
che è ulteriore riprova quanto io sia stato un pirla a mitizzare persone e situazioni e contesti. per alcune persone mi fa quasi tenerezza pensare a quel me, anni fa, che prese l'abbaglio. per le situazioni e contesti, ogni tanto, mi è venuto di farlo fin quasi al parossismo. poi, nel dettaglio, non ho mai mitizzato costui, saviano dico, non foss'altro per il fatto non sia donna. ma un certo modo di proporlo e venderlo anche televisivamente sì, eccome. quindi è piuttosto probabile, in un improbabile ex-post, non mi meraviglierei scoprire che, dietro quella visione mitica, ci fosse talento savianesco fino ad un certo punto. e il grosso l'abbiano fatto altri autori, coloro che stanno dietro le scene. il fatto poi mitizzassi - come un pirla - proprio chi stava dietro le scene è il simpatico paradosso di una nevrosi che, definitivamente, spero di essermi messo alle spalle. ho dato abbastanza, quindi va bene così.


 [l'impasto: che poi, sotto, non è così tutto uniforme]

Wednesday, January 11, 2017

previsionismi, di quelli ottimistici [#mainagioia]

la butto lì. cosa succederà da qui a un-due-tre lustri al massimo [catastrofi da punti angolosi a parte, che poi mica è detto che non saranno risparmiati in futuro].

matreme che acclara il suo invecchiare, in una situazione d'umore che andrà a peggiorare [ci si è provato a metter freno a 'sta cosa. ma probabilmente non è cosa. una diecina di anni fa sarebbe stato più semplice, ma non ho avuto orecchi capace di ascoltarmi. e 'sta cosa un po' ex-post, mi fa girare i coglioni nell'ambito irrazionale, e non poco].

io che accuso sempre di più il pieno di questo carico emotivo. che verosimilmente andrà ad appesantire la complicazione del contesto.

nel contempo crescerà il giramento di coglioni irrazionale di cui sopra. per una specie di egoistico: mainagioia. giramento di coglioni che non potrà sfogarsi in nessun modo esplicito. per il semplice fatto non c'è nessuno che ne abbia abbastanza responsabilità, se non colpa. il giramento di coglioni sarà così nascosto per via dell'ambito irrazionale, e non si manifesterà.

lo iato tra il mio senso di responsabilità da carico emotivo subìto e giramento di coglioni irrazionale andrà ad allargarsi. quindi saranno tensioni interiori che mi spaccheranno sostanzialmente in due. con tutto quello che le tensioni interiori siffatte possono provocare. dalle cose laceranti in su.

le istanze laceranti incasineranno e renderanno più insopportabile il sentirmi nel divenire.

quindi il contesto si farà ancora più insoddisfacente per divenir struttura, ed il senso di fallimento che si cristallizzerà e impedirà di cambiare la cose.

insomma: come se vedessi pieno di dis-speranza il futuro, il mio futuro. di uno che ha buttato abbastanza la sua vita ner cersso.
[aggià, in tutto questo figurarsi se ci sarà mai più la possibilità fare all'ammmmmmmore. il massimo della botta di vita: pippe]

immaginate che cazzo di post contumelici ne verranno fuori. a cominciare da questo.[*]

rimarrò con un paio di lettori di quattro di adesso. oltre che sostanzialmente incazzato con l'universo.







[*][peraltro, uno dei post più nevrotici abbia mai scritto]

Saturday, January 7, 2017

per informazioni e prenotazioni passa dalla rosanna alla pro

oggi se n'è andata un pezzo del paesino hometown.
sono cose che capitano, ogni tanto, nelle hometown. certo, lavorare per oltre quarantanni nell'ufficio turistico di un paesino a vocazione turistica, che conta trecentomila pernottamenti in un anno, di gente te ne fa incrociare. ma non basta. c'era dell'altro, ed è per quest'altro che quando se ne va una come la rosy tutta la hometown, e la sua comunità, perde qualcuno che non potevi non conoscere. e, in un certo modo, volere bene.
ogni tanto capita, appunto.

era tutto sommato ancora giovane, per andarsene portata via dalla recidiva che l'ha divorata dentro piuttosto in fretta. non ricordo quando l'ho vista l'ultima volta. sicuramente dopo aver saputo che qualcosa aveva ricominciato a divorarla. sicuramente l'ho vista con il volto sorridente, come la ricorderanno un po' tutti.

quelle persone che quando hai conosciuto le davi del lei. per poi crescere e avere un po' di specie a passare al tu. tanto da usare le forme interpersonali, con una qualche parafrasi nel coniugare i verbi, e rimanere nel vago.
c'era già lei quando andavo a rinnovare l'abbonamento delle corriere, dalla prima superiore in poi. con quella scrittura rotonda, elegante, femminile, raffinata.
era lei cui andavo a chiedere gli elenchi telefonici di una provincia d'italia - alla pro loco li avevano tutti - per stalkerare l'indirizzo, il numero di telefono di una qualche fanciulla che stava lontano e per cui avevo ovviamente perso il cuore. testimone inconsapevole delle mie nevrosi che già mi accompagnavano. a lei chiedevo qualche orario dei treni, aliscafi, pulmann per avvicinarmi a quegli innamoramenti nevrotici. come d'incanto compariva al banco della pro la fotocopia della pagina giusta, e lei con l'evidenziatore in mano e velocissima a segnare la riga interessata.
c'era lei al mese di marzo quando si fece il calendiario del paesino nel 1999 ("nineteenninetynine, ovvero trecentosessantacinque dì al dümila") dei personaggi tipici del borgo - avevamo appena fondato un piccolo giornalino, con pretese lisergicamente velleitarie. uscirono numeri pazzescamente variegati, e con anche cazzo articoli stralunati da fanzine universitaria. quel giornalino c'è ancora. nel frattempo i redattori di allora se ne sono andati via quasi tutti, me compreso. è diventavo una sorta di ricettacolo di piccola notiziuonoleria del paesino, con tanto di foto di gruppo dopo la sagra, la castagnata, la cena dell'associazione, la processione - La foto gliela feci io, con in mano un mappamondo gonfiabile, forse una delle più belle di quel calendiario, unica donna: la foto rubata delle turiste in spiaggia del mese di agosto era simbolica, lei che compare nel mese di marzo era perché era la rosy della pro.
quando si sale con il lanternino in mano per il monte, l'ultimo uichend di gennaio, la tappa piacevolmente obbligata era fermarsi davanti all'ufficio della pro, e suonarle tanti auguri. compiva gli anni in quel periodo. ovviamente per prenotarsi alla cena del dopo marcia si andava dalla rosanna della pro. e lei avrebbe tirato fuori la mappa dei tavoli, su cui segnare, con la sua grafia tonda ed elegante, i nomi dei prenatandi. lo si è suonata anche lo scorso anno, nessuno sapeva - nemmeno lei - sarebbe stato l'ultimo.
era tecnicamente una zitella. nella complessità delle cose della vita da sempre ha vissuto una relazione importante. colei che le è stata più vicina in questi giorni è stata la moglie del suo amante, di cui è sempre stata amica. una relazione di cui tutti sapevano, e che non ha mai provocato scalpore più di tanto, in un paese con parvenze bigotte.
sono i paradossi che accompagnano il vivere.

domani qui, nell'hometown, è festa, più che a natale - in questo posto non si venera un santo, ma un [preteso] miracolo, per chi ci crede, ovvio. però, giusto per dar la tara: puoi dichiararti ateo o agnostisco, e va bene. esprimi qualche dubbio sul miracolo, e tutta la gente del luogo che se ne sta paciosa nella pancia della gaussiana ti guarderà torva e come fossi un rejetto - Insomma, fa ancora più specie che una come la rosy se ne sia andata proprio oggi, alla vigilia, anche se è - ovviamente - un caso.
lunedì, al funerale, non ci sarò. è verosimile la chiesa sarà piena come poche altre volte. situazione già vissuta, peraltro. con alcuni capita. quando, a volte, se ne vanno dei pezzi dell'hometown. che diventano dei pezzi importanti per uno strano mescolamento di alchimie. che vai a capire il perché. o forse non è nemmeno così necessario capirlo. succede.
ecco perché non sia è potuto, questa sera, non alzare un calice ricordando la rosy.