Saturday, December 3, 2016

post politico, anche se il referendum c'entra fino ad un certo punto /2

si parte da quivi.

al netto di quanto mi fidassi del nuovo premier tutto sommato, nel piddddddì ci ho un po' ancora creduto. l'ho pure votato alle europee pochi mesi dopo. ancora sollecitato da civati. mi sarebbe piaciuto vedere andare in europa tre candidati vicini alle posizioni di colui che, alle primarie, era arrivato terzo. quindi c'ero anch'io in quel 40.8%. e tutto sommato potevo anche aspettarmelo che per mesi sarebbe stato il mantra con cui giustificare qualsiasi azione del nuovo gabinetto. c'era finalmente il suggello popolare. di fatto cominciai a pentirmene il giorno dopo quelle fottute elezioni. quando tanti, troppi giornalisti applauddirono il premier trionfante al suo ingresso nella sala della conferenza stampa. guardiani del potere stocazzo. fottute elezioni solo perché qualche giorno prima era scoppiato il bubbonisssssimo con i miei soci. ora so che fu una specie di benedizione laica. ma in quel giorno, per ogni scheda consegnata ai seggi, mi tornava alla mente la situazione disastrosa di macerie crollate sul mio divenire prossimo, sotto cui mi sentivo un po' soffocare.

quindi, almeno in quell'occasione, ci ho creduto ancora un poco nel piddddddì.

cosa che invece penso fotta fino ad un certo punto al suo segretario. a lui il partito è servito come trampolino per arrivare dov'è arrivato: il governo del paese. anzi: comandare. anzi: il potere. gli serviva un partito. ha trovato quello più disponibile a farsi conquistare. mentre dall'altra parte il padre padrone coi capelli in kevlar sbrandellava e sbrandella qualsiasi suo potenziale successore. il tema psicanalitico dell'uccisione del padre, che qualcuno bravo potrebbe spiegare bene, si ribalta nel sacrificio del figlio. è un altro indizio dell'egotismo assoluto che lo pervade e che gli ha obnubilato del tutto la capacità di guardare oltre sé medesimo.

al premier veloce gli serviva un partito. l'ha trovato. ho la poco vaga sensazione non sarà più la stessa cosa dopo il suo passaggio. con buona pace di molti, tanti, che in quel partito stanno mettendo intelligenze, passione, cuore, tempo. e fanno riferimento al loro segretario, peraltro senza magari somigliargli per nulla. mentre al segretario non credo che questo possa affrangerlo più di tanto. nel mito del cambiamento è pacifico che financo un partito possa diventare altro. affrancato da quelle barbose categorie politiche del secolo breve. serve un blocco elettorale e di opinione che lo sostenga, per poter far sì possa comandare. un partito, qualunque cosa ne sarà, è l'intermediario necessario. comunque si chiamerà. comunque lo si collochi se proprio non si può far a meno di usare come una spruzzatina di quelle barbose categorie politiche del secolo breve.

ho scritto comandare. e non governare. perché mi arrogo l'idea che tecnicamente comandi e non governi. e la mediocrità del suo cerchio stretto di collaboratori, magico o meno che sia, non è così casuale. comanda, rassicura il sistema di poteri più o meno forti o lobbystici che non vogliono esser disturbati troppo dal manovratore. che nel frattempo può cercare di fare, e raccontarla. anzi, si chiama storytelling.

per quanto anche comandare potrebbe financo essere un desiderio legittimo. e son certo lo faccia perché crede di poter dare il suo contributo, importante, ad una nazione. gli è riuscito di essere il più giovane presidente del consiglio. ora sta provando a modificare in maniera importante la Costituzione. tutto nello zeitgeist del cambiamento e del rinnovamento. miti che in sé non sono per niente dei valori. paradigmi che soverchiano il tutto, possibilmente in maniera veloce, efficiente e se magari anche senza troppe intermediazioni. tutto in continuità con il mito fondativo della rottamazione. chi nega ci sia da modificare in maniera importante questo paese? non mi accodo alla risposta facile che cambiare verso significhi farlo meglio. a prescindere.

credo che l'errore fondante stia appunto in questo. basta voler cambiare. il problema nasce dalla mediocrità della proposta complessiva: sia perché ci si circonda di mediocri, e ossequiosi, sia perché non si concepisce il confronto e la sintesi di mediazione. non tanto perché rallenta. piuttosto perché non si riesce ad intendere che qualcuno possa non essere d'accordo. e se lo si intende allora non lo si considera: ecco perché o si è con lui o contro di lui. in un sorta di confronto definitivo e perenne con gli oppositori. qui la lamentosità che c'era con quello di prima si ammanta di sarcasmo toscano. e gli altri son bischeri, possibilmente da liquidare con il gesto della manina.

ora c'è il referendum. domani si incide il bubbone, dopo settimane di campagna piuttosto nauseabonda. ci sarà da gestire tutto il rebound del dopo. ma ci penseremo da lunedì. non è tanto importante, in questo post, cosa pensi del merito della proposta di modifica. credo però sia stato un errore clamoroso, dal punto di vista strategico, personalizzare la tornata elettorale. un approccio meno plebiscitario e avrebbero vinto i sì a prescindere. se lo faranno - scampato pericolo per costui - è perché avranno rimontato dopo aver usato quasi qualsiasi mezzo. tutta roba lecita dal punto di vista legale. non so se tutto e del tutto opportuna. ma tant'è. non so se quella personalizzazione sia venuta fuori inevitabilmente dal suo egotismo. sicuramente ha spaccato in due il paese, oltre a frantumare i coglioni quasi alla stessa quantità di gente.

sarà pure veloce e determinato. ma anche quel suo essere inevitabilmente divisivo è indice di mediocrità egotica. e continuo a pensare che tutti, nonostante tutto, ci meriteremmo qualcosa di un po' meglio. meglio che, a dirla tutta, proprio non si vede all'orizzonte.
la primavera intanto tarda ad arrivare.

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