Monday, November 7, 2016

enzo - hombre vertical - biagi. ed i ricordi conseguenti

quando se ne andò ero sul lago. ferie forzate. un pezzo di culo [la parte alta] mezzo sbragato che doveva richiudersi da sé. seguii tutti gli approfondimenti che seguirono, anche se qualcuno un po' ipocrita. tanti i tributi, meritati. qualcuno masticò amaro. la grandezza di quell'ometto che si stagliava sulla nanosità di piccoli uomini: alcuni coi capelli in kevlar, peraltro.

me lo ricordo quel giorno. fu un'emozione intensa. perché sentivo di voler bene a quell'ometto. una specie di riconoscenza [maieutica?] per come si era posto e si poneva nella realtà delle cose. sensazioni che s'impastavano con quelle di istanze in altri ambiti, piuttosto diversi. era il mood che tinteggiava quel periodo. dovevo starmene con il culo prevalentemente all'insù. però traboccavo di fiducia molto speranzosa. ero lì, un po' immobilizzato, e trepidavo di tornarmene perché qualcosa stava cominciando. e mi sentivo pieno di voglia di parteciparvi e indirizzare le cose. contribuire con un bel pezzo di entusiasmo. 'ché sarebbe venuta quella specie di soddisfazione professionale. non poteva che andare così. ci credevo ed ero pronto. prontissimo.

invece non è andata esattamente così. anzi: quasi per una minchiaz così.

sono passati nove anni. ed è la solita sensazione dicotomica. anzi no: tricotomica. da una parte sembra poco più che ieri. dall'altra il mondo si è capovolto per un bel pezzo ed è successo di tutto. dall'altra ancora sembra però che sia cambiato poco nulla. e quello che è rimasto non mi piace. no, proprio non mi piace.

l'entusiasmo è evaporato, da un bel pezzo. la fiducia se l'è portata da qualche parte l'incedere delle cose. che succedono, neh?, eccome se succedono. però a me sembra di rimanere impanato più o meno dalle stesse parti. dove ci provo anche a dare delle spallate per muovere il culo. e invece sono poco più che bottarelle, piccoli piriti quasi-comici. che per i più grossi cambiamenti son dovuti scoppiare i bubboni. sennò, magari, sarei ancora più ingolfato e fermo al palo. bubboni che mica ho fatto esplodere io, nemmeno a quello son stato bbbbbuono. purulentano, i bubboni. e poi ovvio che si disfano e scaraventano fuori lo stantio delle cose insonstenibili. [occhei, occhei, forse è un po' forte. però il patetico pulp ogni tanto mi piace]. in miliardersimi mi ricorda un po' la prof di letteratura, a proposito di bubboni. quando commentava, un po' amaramente, che per manzoni sì: bella cosa la divina provvidenza. però per far sì le cose si sblocchino, nel plot del suo discreto romanzetto, deve venire la peste. sennò corcazzo che renzo portava all'altare lucia [la prof, ovviamente, non usava queste espressione idiomatiche poco graziose].
ecco. è questo il fatto. vorrei evitar come la peste una cosa simile alla peste o i bubboni. però intanto il culo non riesco a muoverlo. nonostante tutti i miei abbozzi di sipotrebbeanchefare. è quel fottuto modo condizionale. ragiono, penso, vaglio, considero, scrivoinbrutta, ipotizzo, pondero, immagino. poi rimango avviluppato nella gommosità di quel fottuto condizionale. condizionato a quel che pare essere la mia poca capacità di muovere il culo.

nove anni. sentivo di voler bene a quell'ometto. non mi meravigliò quando scoprii che, partigiano, lo era stato nelle brigate di giustizia e libertà. devo avere una qualche forma di archetipizzazione politica nel partito d'azione. mi prende una specie di emozione dentro, che neanch'io so come. aveva la fottutissima capacità di immergersi nella complesssità delle cose. con la schiena diritta: hombre vertical. nell'affrontare e di spacchettare la complessità per capirla, e farla capire. come una specie di dovere morale.
chissà cosa avrebbe detto dei politicanti da urlo di oggi, appena nove anni dopo se n'è andato avanti. chissà cosa avrebbe pensato del tentativo di ridurre, ostentamente, la complessità in un sacco di slogan. lo facevano già quando c'era lui, figurarsi. anche questo sembra che no, non sia proprio cambiato.
proprio in quei giorni, nove anni fa, feci un sogno che mi toccò. di quelli di cui sarebbe garrulo l'amico luca. sognai di essere sull'appennino. ci ero andato con l'alfagittttivù con cui allora scorrazzavo. ero finito in un paesino, quello dov'era sepolto. volevo andare a visitarne la tomba: tutto molto foscoliano. l'aria era calda. il sole stava tramontando.  la luce rossastra e radente. una sensazione struggente. qualcosa di bellissimo. trabocco di emozioni che nemmeno si sa come raccontare. di quei sogni che quando ti svegli dici: cazzo, è già finito.
forse un tutt'uno con il mood di quei giorni.

provo a non guardarmi troppo indietro. però un po', quella cosa lì, mi manca. minchiaz se mi manca. ma nel senso che manca oggi, qui ed ora. non per la nostalgia per quella che ci fu, allora. ingarbugliato, ma guardo più avanti che indietro. cose così.





[comunque sì, dai, diciamolo. sono stato un pochino melodrammatico. è la congiuntura di questi giorni, suvvia. non è vero che proprio nulla sia cambiato. pochi anni fa, e pochi anni dopo quel mood mi sentivo talmente immobilizzato che un giorno, osservando un'autoclave di "milano spurghi", mi divertii a pensare fosse quasi meglio andare a far quel lavoro, piuttosto che rimanere nella sensazione di quella situazione. anche in virtu del mio essere anosmico. oggi non mi sento così impantanato. vorrei cambiare, certochesì. ma ogni tanto mi diverto a pensare possa accadere per cose decisamente più deliziose. molto più deliziose].

No comments:

Post a Comment