Thursday, September 1, 2016

altrovismi

e niente.
avrei potuto essere da un'altra parte questa sera.
che poi nella vulgata pragmatica si poteva anche scrivere "avrei dovuto". ma non in quel modo marziale e spigoloso del dovere: inteso come verbo, il contraltare strutturale del sostantivo, che non sempre ha connotazioni del tutto negative. dipende, il dovere, come l'accompagni.
ma basta con questi arzigogolismi, o arzigogolevolezze, o arzigogolevolità.
dicevo.
si sarebbe potuto scrivere "avrei dovuto". che la sfumatura del condizionale [aiò, avevo detto basta agli arzigogolamenti] lo rende più dolce, affettuoso. "avrei dovuto" suona melanconicamente di qualcosa che avrebbe potuto essere. e poi la vita, un po' di vita, va da un'altra parte. senza che questa deviazione non riesca a non un essere po' a sorpresa. senza che la si sia meditata, preparata, studiata, pensata, ragionata, ponderata. deviazione, e così venga.

è servito anche questo, deitticamente, essere qua e non dall'altra parte, a guastarmi l'umore nei bei modi delle crisi isteriche di ragazzina adolescente. roba che svuota di energia all'improvviso. roba che ogni passo per entrare nella fottuta metropolitana, una volta usciti da quel fottuto palazzo, si facesse più pesante e lento. quasi che al binario ci si arrivasse asintoticamente. roba che metti in fila tutte le cosucce cosìcosì che son state inanellate nella giornata. solo che non sono in fila, ma in circolo. e quindi continui a passarle sempre più velocemente, e non finiscono mai. e si alluppano. e si fa sempre più fatica a far il passo dopo per arrivare al binario.
roba che non hai nemmeno la forza di prendere quel fottuto libro e leggere. giusto prendersi la testa tra le mani, con i gomiti appoggiati appena sopra le ginocchia. e mandare silenziosamente affanculo la tempesta ormonale che c'è nel sedile accanto, tra due giovini. che lui risponde a monosillabi timidi, lei lo sconquassa di domande, con la vocina dolce. ma in fondo si percepisce dove vorrebbero essere quei due lì, altro che in metropolitana.

e tutto si è come ripresentato. l'eterno ritorno delle buchette razionali. ci finisco dentro. con l'idea di non essere più in grado di uscirne. e questo giustificasse le mie pavidità, il non buttarmi, il non provarci, lasciar perdere: anche con una ipotetica donna. perché sono qua. e non là. e poiché questo è un dato di fatto potrebbe essere uno stimolo per.

ed invece, con l'eterno ritorno, son qui che me la remeno blogghicamente. ritornarci e scriverci sopra. mai con sintesi e mai senza refusi. come un'adoescente un po' isterizzata qualsiasi. sfogar le mie frustrazioni, piccole, grandi, medie, qui dentro. a tornar all'eterno ritorno, che poi tecnicamente dovrebbe essere pure questa una nevrosi. continuare a tornare per dilatare il momento, che vieppiù rischia di diventare incazzoso.

qui. invece che altrove. che può essere altro che dall'altra parte. dovrei avrei potuto essere. anzi deve ormai essere altro. basta che non sia il qua come ora. altrove. per cominicare ci vuol solo quel pizzico di coraggio. e meno pavidità.
cose così.
intanto vado a dormire. così la chiudiamo qui, tanto ormai qua sono. meglio andare avanti. sinestesicamente.

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