Wednesday, April 13, 2016

proprio nel giorno del genetliaco dell'amica liude

oggi è stata una giornata moderatamente di merda.
capita.
a dire il vero negli ultimi tempi capita sempre di meno. resta il fatto che almeno una volta al mese mi capita di metter assieme un po' di eventi, tecnicamente fastidiosi. solo che poi si mescolano con altre coincidenze qua e là. ed io quindi sbrocco.

mi è sembrato di tornare al patimento dei bei[?] tempi. quelli simil bohemien, o quella cosa lì.
quando vagolavo senza particolare meta e senza apparente soldo in giro per milano. a ridermi amaramente un po' addosso, che poi è il modo in cui uno dissimula il proprio compatirsi. compatirsi, ecco una cosa che non augurerei a nessuno. però ogni tanto capita, ed una volta, troppo spesso, mi capitava.

ho camminato. un po' per secernere quel minimo di endorfine. un po' per godermi i raggi di sguincio del sole al tramonto. che bucavano l'aria tersa e pulita. sono i regali che lo scroscio improvviso sa regalare. scroscio che non mi ha colto, perché ero semplicemente in metropolitana. ho camminato pensando che questi giorni così speciali - aprile, che cazzo di gran bel mese è - quest'anno provo a afferrarli un pochetto. senza provare quella sensazione che stordisce di vederli correr via, e tu sei impegnato a raccapezzarti in altro. tipo lo scorso anno. sono migliorato, è vero. sempre troppo lentamente, però.

mi prendo il bicchiere mezzo vuoto della lentezza o quello mezzo pieno del fatto stia facendo meglio?

ho camminato. all'ultimo momento ho deviato, allontanandomi da casa. dentro quel tramonto con la temperatura fresca ma gentile. immagino che l'odore fosse di qualcosa di frizzante, arioso, terso. un'arietta che punge delicata, solletica la pelle, invita a non ritirarsi.

ho deciso di andarmene nel centro e poi ancora di più. una serie di installazioni del fuori salone. dove si percepisce netto che il mondo è qualcosa di ampio e variegato. perché incroci visi e sguardi che sanno di umanità di altre terre, altre lingue, altri pensieri: lontani e prossimi. ampio e variegato perché quell'umanità così diversa ma che senti così vicina è pur sempre un'umanità della parte fortunata del mondo. come quella dove sto, nonostante la mia giornata di merda. anzi, proprio in virtù del fatto possa lamentarmi sia stata una giornata di merda. perché ho abbastanza il culo al caldo per poter distinguere, distintamente, il fatto sia stata una giornata di merda. peraltro per motivi tutto sommato futili. e questo, in un ipotetico processo, farebbe da aggravante se mi dovesse giudicare sul mio giaculare.

per quanto sia un giaculare per il fatto [anche] perché mi par di lasciar fuggir via l'esistenza, come le volubili e veloci giornate di aprile [che continua ad essere un gran bel mese].

mi sono infilato in un altro evento. ci son passato per caso. ho visto un sacco di gente cianciante con il calice in mano. "mica vorranno negarmene uno a me, no?". e quindi mi son fatto largo in mezzo a queste sovrastrutture piuttosto pregne del loro ruolo in quel mommento. ho agguantato un calice. me lo son fatto riempire. rimanveva giusto il fondo della bottiglia. "aspetta" - mi ha detto il barman, che versava senza soluzione di continuità - "prendine un altro po'" mentre apriva un'altra bottiglia. vino forse un filo freddo e troppo mosso. tanto ne capisco poco, a partire dal bouquet che promanava, che naturalmente non ho colto.

ho finto di guardarmi intorno, falsamente interessato ai prodotti eposti: erano sedie? divanetti? sedute variegate? ho consapevolmente recitato la parte di quello si mostra riconoscente verso colui che ti sta offrendo da bere e, cosa vedevo salir dalle scale, verosimilmente pure da mangiare. ero in scena, anche con una certa dose di studiata ipocrisia. tanto non gliene fotteva nulla a nessuno e nessuno mi avrebbe chiesto nulla.

ho disceso le scale. due camerieri tagliavano senza soluzione di continuità chi dei salami, nerboruti e stagionati, chi delle forme di pane nerborute ed ammansite dalle presenze invitanti di grassi vegetali: strutto, olio, burro?

ho arraffato, fermandomi un attimo prima dell'arcaica [e scomposta] voracità, e un po' dopo un finto e sovrastrutturato ritegno. bevevo, mangchiucchiavo e osservavo. solo, ovviamente, non credo fossero in molti nelle mi stesse condizioni. tutti, più o meno, erano con qualcun altro. non so quanti avessero avuto una giornata di merda e fossero lì più o meno per stordirsi con un vino così così.

me ne sono andato non appena ho percepito il venir da lontano di un fastidio allo stomaco: quando si sta mangiando troppo e non troppo bene. o meglio: sono uscito da quel locale un po' showroom. altri se ne stavano entrando, i camerieri mescevano vino senza soluzione di continuità, quasi a voler far intendere non ci dovesse essere un limite a quelle bollicine. il continuum che possa dar [ingannar] l'idea dell'abbondanza da accaparrarsi senza limiti, facendo perdere di vista il concetto banale dell'esaurirsi delle cose. me ne sono uscito, solo come ci ero entrato. mi son messo al bordo dell'incrocio delle due vie. la torre velasca contornata di rosso alla destra. la percezione di vivere al margine certe situazioni, quasi come destino, come se ne fossi rimbalzato come il raggio di luce all'interno del salto dielettrico della fibra ottica.

lo stomaco lamentava l'ingurtare veloce, e piuttosto pasticciato.
milano è come se mi offrisse, ed io timidamente esitassi, per veder [piccolo] deflagrare una specie di rifiuto, per cui ci si sente fuori luogo per quanto con una certa familiarità ai luoghi. tipo l'olio sull'acqua.


oggi peraltro compie gli anni l'amica liude. avrei voluto chiamarla. ma non sarei stato particolarmente garrulo. sarebbero venuti auguri un po' pezzottati. sono le coincidenze. sono una persona contestualmente fortunata. anche se la tentazione - ombelicale - di ostentare un inquieto: che vita demmmmerda, mi titilla.

chiudo il post, senza rileggerlo, e vado a dormire. incerdibilmente presto rispetto ai bei[?] tempi bohemien. così la chiudiamo qui. domani, verosimilmente, andrà meglio.

ed io potrò far gli auguri che si merita l'amica liude.

ps.
aggià. mi son fottuto il bicchiere. come segno un po' para-ribelle ed anche stupido della stupidità in cui mi sentivo avvolgere. o forse come banale trofeo e memento di un incrocio di situazioni un po' così [e per non dimenticarmi di quanto, in fondo, sia fortunato]

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