Monday, January 4, 2016

damned january the 4th [but also not]

l'amica barbara ha condiviso sul feisbuch un articolo in cui si narra esista il giorno del sunday dating: che sarebbe la prima domenica dell'anno. complice le feste i singol vanno un po' in sbadti, e la prima domenica dell'anno pare che si adoperino particolarmente per uscire dalla solitudine, e anche tutto quello che carnalmente significa.

io avevo capito, non avedo letto l'articolo, fosse oggi quel giorno. il 4 di gennaio.

e mi è sovvenuto, per un rimbalzo di associazioni, che ormai 4 olimpiadi come oggi fa conobbi una persona comunque importante per me.

fu la prima conosciuta nel tondissimo 2000. ci vidi un segno. peraltro in quel periodo un segno lo cercavo [e li vedevo, poco sobrio] un po' ovunque. grandi cambiamenti interiori: da pochi mesi la mia apostasia. l'ennesima delusione dall'ambito lavorativo: eppure stavo facendo l'ingegnere. un contesto sociale da ricostruire. stavo cambiando pelle. e soprattutto desideravo una sorta di completamento in una relazione. che non arrivava, ostinatamente, tanto quanto volgessi lo sguardo a chiunque mi destasse un seppur minimo interesse estetico. forse era proprio per questo che non arrivava.

in realtà ero nevrotico come mai sarei riuscito ad essere. non cercavo una compagna, cercavo un simbolo, un oggetto transazionale, sotto le mentite spoglie di qualcuna a cui sottomettermi per rivevirla, secondo un qualche paradigma da amore eterno da cui ancora non riuscivo a sganciarmi. e forse per fortuna non trovai nessuna: sarebbe finita a lamiere contorte. era talmente forte e sbilenco quel desiderio che arrivavo a desiderare qualcuno cui affidarmi, prono.

lei intendeva i rapporti in maniera duale: in cui avesse il bandolo chioccioso della situazione. ben disposta a guidare chicchessia, possibilmente un maschio. non le bastava il compagno, evidentemente. si sentiva chiamata ad un ruolo alto. forse per sublimare la filosofica decisione di non aver figli [che ora mi sembra qualcosa di parimenti distorto].

arrivai io. e dove c'è un masochista ci deve essere un sadico.

sicuramente riconobbe in me una qualche curiosa particolarità. e che una donna, per giunta più adulta, per giunta così [apparentemente] interessante, potesse pensare questo di me mi fece perdere la trebisonda. sublimai subito qualsiasi desiderio erotico nei suoi confronti, forse per l'intuizione ci fosse stata quello avrei sminchiato tutto. meglio venerarla asetticamente. sarebbe stata la persona amica più importante. arrivai ad assurgerla quasi ad elemento apotropaico: insomma, lei mi portava bene!

la nonnetta putativa - mi è venuto in mente anche questo, un paio di settimane fa, quando se n'è andata - capì in un quarto d'ora come girava il fumo quando la conobbe. lei ed il nonnetto putativo mi misero in guardia. non volli ascoltarli, ero troppo in immerso nei vapori innamorevoli, da adolescente con tre lustri di ritardo.

fondai un'azienda con lei. senza aver la minima titubanza. solo perché era lei a chiedermelo. pensai che fosse la cosa più bella potesse accadermi professionalmente. sì, vero, c'era pure il suo nuovo compagno tra i soci, che avevamo fatto amministratore: ma io potevo finalmente far businness con lei e la sua creativisssssima intelligenza spumeggiante.

poi, tre anni dopo, venne giù tutto, di colpo. fu una frase buttata lì. stavamo festeggiando, ovviamente a casa sua, ovviamente sotto la sua ala di chioccia, la consegna di un progetto, uno di quelli che mi costavano miGlioni di ore di lavoro [gratis, e fatica, fatica, fatica], uno di quelli che avrebbe dovuto schiuderci magnifiche sorti e progressive, oltre che un sacco di soldi [ovviamente non accadde nulla di tutto ciò. solo la fatica. gratis]. si mise a discutere con sua madre, sempre più animatamente, e buttò lì questa frase. e lì io capii come intendesse il nostro rapporto, la nostra amicizia: il concetto distorto di non reciprocità. era fondamentalmente merito suo se la mia vita era così piena da poterla avere come amica.

fu uno shock. in un periodo peraltro complicato. fu la prima cosa che dissi ad odg sei mesi dopo, quando andai da lei. evidentemente il terreno era pronto, castrato e soffocato da quel rapportarsi e tutto il contesto aziendale creato. quella frase fu un come incidere il bubbone purulento. dolorosissimo: ma cominciò a spurgare.

per questo stamani, di primo acchito, ho pensato: fanculo, 4 di gennaio.

poi però ho anche pensato di quanto sia stato [dolorosamente, anche] pedagogico tutto questo. a partire dall'imparare quanto può cambiare la percezione e la considerazione di una persona. a rendermi conto di quanto sia ingiusto e sbagliato, per la propria di persona, mettere chicchessia su un qualsiasi piedistallo.

ho pensato che non sarei io, oggi, se non fossi dovuto passare attraverso tutti gli stramaledetti cazzi che si sono succeduti [fatte tutte le debite proporzioni, ovvio. è sempre una questione relativa, neh? i cazzi duri e pesantissimi, son ben altri e nessuno se li sceglie deliberatamente]. perché tutto quello che è stato in queste quattro fottutissime olimpiadi [di lei] mi ha segnato e mi ha insegnato. e forse mi ha pure temprato.

e soprattutto ho pensato a tutte quelle persone che, altrimenti, non avrei incontrato se non avessi incontrato lei allora, e tutto quello che ne è venuto fuori dopo.

ne avrei incontrate altre, ovvio. ma non avrei incontrate quelle che ho incontrato.

di alcune ne avrei fatto volentieri a meno. ma non avrei incontrato quelle che ho incontrato.

è stata [anche] dura. però ho incrociato le persone che ho incontrato.

quindi, per certi aspetti, non sia troppo fottuto il 4 gennaio. ho imparato. ho vissuto. sono diventato [e divengo, ovvio]. che poi ora, lontani, sto financo meglio.

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