Sunday, October 4, 2015

il libro dalla copertina furba, i lucciconi, la premessa non-depressiva

la premessa è che verosimilmente ha ragione odg, sulla storia di un mio [eventuale] inizio di depressione. cosa che peraltro le ho chiesto l'ultima volta. in quella seduta tutto sommato mutuamente rivelatrice: io le ho detto che nel mio idioletto lei è odg, lei mi ha fatto sapere di aver un figlio in età universitaria, e verosimilmente futuro ingegnere.

lei sostiene io non sia depresso. non che desideri esserlo, ovvio. mi era sovvenuto il dubbio fossi in procinto di svoltar per.

poi stamani ho ragionato sul fatto che mi bastano poche ore di [relativa e temporanea] serenità e sento smuoversi echi di voglia di fare - lontani, vabbhè, ma non perduti. o baluginii di tentativi ri-progettare. financo di scrivere post. e di scriverli per provare a piazzar in righe logorroiche e piene di refusi quel che si è. porsi. e farlo con la consapevolezza di esser molto meglio dei refusi e più coinciso della logorrea.

scriverli quivi, peraltro. senza la grancassa polpettonevole del feisbuch. perché in fondo mica voglio scriverlo per [relativamente] tutti. ma farlo nell'intimo di questa specie di spazio uterino virtual-semisegreto.

comunque.

ho letto un libro. a dire il vero ne ho letti molti in questi ultimi anni. bulimicamente. nella mia tassonomica archiviazione, l'anobii intimo, questo resterà tra i più toccanti di questo faticoso ma fatturevole 2015.

mi è stato regalato dalla fanciulla per cui si scatenò compiutamente un innamoramento nevrotico. roba di parecchi, parecchi, parecchi anni fa. ora abitiamo a 300 metri di distanza. ma ci sono differenze ben più marcate ed insormontabili. la sogno, ogni tanto. e sogno mi si vuol concedere in qualche maniera. raramente mi si scatena l'entusiasmo onirico. verosimilmente la sogno non perché la desideri. ma perché probabilmente rappresenta il mio archetipo di bellezza di donna. non quella che cambia la chimica. bensì quella che si sceglie come madre dei propri figli.

comunque.

mi ha regalato questo libro. ne parlavamo qualche settimana fa. lo si vide in libreria. mi disse che era curiosa di leggerlo, dopo che le dissero fosse un bel libro. discutemmo sull'immagine di copertina. provocante e artisticamente oscena, secondo lei, da cui proteggere le sue bimbe se l'avesse preso. interessante da par mio. che pur mi sentivo con un velo di maschera atarassico-distaccata, per evitar il rischio di apparirle un po' troppo sui generis. o forse per evitar di dover giustificar questo.

e invece me l'ha regalato. assieme a quello dedicato al suo pro-zio prete, morto giovanissimo ed in odor di pre-santità. se n'era discusso un paio di ore prima di quell'altro. quello con la copertina scandalosa ma interessante. sacro e profano, mi ha scritto nell'sms che mi diceva mi aspettavano due libri per me. per me nel senso che non dovevo restituirglieli.

son partito dal profano. titolo e - appunto - copertina furbi. solo apparentemente così scandalosi. l'immagine è citata nella storia. durante la visita al MoMa del protagonista. poco prima di uno dei punti nodali del romanzo. la "holy cross" che campeggia nella sua bianchitudine, con quel gorgo irsuto nero che prorompe come il desiderio dell'origine del mondo, è azzeccata.
alla sesta riga si legge
- e i pompini
lo dice il papà del protagonista, dodicenne, che narrerà in prima persona. è lui la vista dello svolgersi di tutto il divenire.

poi succede che il romanzo diventa un po' tutt'altro. uno di quelli che leggi centellinando i paragrafetti. ma che è uno di quelli che levi con piacere dallo zaino per aprirlo e continuare a leggerlo.

per quanto in alcuni passaggi mi pareva di essere un po' turlupinano dalle scelte stilistiche. e forse un po' irritato dal narcisismo della cifra narrativa.

anche per questo, appunto, un romanzo furbo.

eppure mi son trovato spesso con i lucciconi agli occhi. perché, come dire, Libero - il protagonista - avrei voluto esser io. per quanto un poco artefatto. sia per la commovevolezza del padre. che per le possibilità di inebriarsi di lettura a di cinema fin da piccolo.

e poi il ragazzo scopa in maniera sublime. spesso selvaggiamente sublime.

non tanto nell'atto, che viene solo fatto intuire a piccolissimi tratti. ma come sublima l'atavica sensualità del farlo.

forse vorrei esser Libero, anche per immaginare di poter sovvertire quel passato quel poco represso. lui si masturba due volte al giorno - nei periodi con cui si accompagna e non - per assecondare il suo effluvio di non continenza rivendicata. io quando lo confessavo al prete/[ex]amico dovevo sempre solo farlo intuire, ché la vergogna mi assaliva. cose così. vorrei esser [stato] lui anche per tutte le possibilià di adoperarmi e migliorarmi nell'ars amatoria. o qualcosa che le si approssima. foss'anco solo per poter stringere e baciar coppe, da cui sono strutturalmente più attratto rispetto al sedere.

sono stato Libero quando da quindicenne mi sembrava di esser invisibile alle coetanee. e mi facevo forza dicendomi che avevo altre qualità, nascoste all'occhio frivolo. nel romanzo glielo dice la sua amica più anziana, con il seno maestoso, ma che è molto di più dell'eros che scatena negli uomini e quindi si arrenderà con eleganza ad una singletudine forzata.

vorrei esser Libero, per tutte le tacche che il suo amico-datore di lavoro in osteria inciderà sul bancone. ma ormai non ho più l'età di Libero. e credo di non esser nemmeno bravo come lui a letto.

vorrei esser Libero, perché il finale si sublima [romanticamente? semplicemente? banalmente? inevitabilmente?] nell'incontro con la donna che ne stravolgerà la percezione dell'esistere. e che lo libererà. la donna che sovverte la chimica perché si va via di testa per lei. di quelle che ne esistono poche per ciascuno. ancor di meno per un cagacazzo pretenzioso come me. quella donna che per esigenze di plot - oltre che il romanziere può far fare quello che vuole nei suoi romanzi - Libero trova, sposa e che lo renderà padre poco prima muoia anche la madre, nelle ultime pagine della storia [romanzo furbo, dicevo, no?].

eppure, appunto, mi son trovato spesso coi lucciconi. per i momenti in cui si canta dell'amicizia sincera. di quando si è strutti per la nostalgia di quelli che se ne vanno [anche quando seppelliscono in parco sempione il cane Palmiro Togliatti]. o quando si è nel maroso dell'inebriata e cervellotica eccitazione, per la licenziosa leggerezza con cui si intuiscono alcuni amplessi.

non c'è nulla di osceno. forse perché vorrei essere quel Libero. forse perché ho fatto pace con quel che vorrei fare. per quanto dicotomico, e molto anisotropico [e quindi con scarsi risultati pratici: ci si disperde quando non si concentrano le energie, peraltro già molto impegnate, in questo anno faticoso]. perché ogni tanto avrei questa gran voglia di non contenermi. ed esplorare la diversità dell'intimità, per carpirla, di quante più donne: insomma di scopare gioiosamente, e tanto. mentre ogni tanto avrei la stessa voglia di potermi perdere nel rapimento intellettuale e quindi [anche] erotico di colei - tra le pochissime che esisteranno da qualche parte nel mondo - adatta e che forse tipo storto come me. roba da farci l'amore, ed ogni volta sempre meglio. quell'incontro di cinestesie per cui smetter di avere paura, sacrificar questa solitudine orsica. che un po' mi protegge. un po' mi soffoca. [e che lascia pure il tempo per certi post logorroici. quando si sente un po' più lontana l'idea di essere pre-depressi].

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