Sunday, March 1, 2015

post che non saprei come intitolare, un po' lungo, e che mi fa sovvenir fin su al concetto di "radici".

[piccola premessa]
matreme ha lavorato, praticamente tutta la sua carriera, in un istituto della provincia di milano. vi trovavano ospitalità bambini, regazzini, pre-adolescenti con vari problemi: da quelli familiari a, via via, di una certa forma di salute. non era un orfanotrofio, non era una casa di cura, non era un brefotrofio, era una specie di comunità para socio-assistenzial-sanitaria in un luogo paesiggisticamente splendido. molti dei bimbi di allora sono stati adottati, oppure, diventati grandi si sono avviati verso una vita adulta "normale", nel milanese, o dintorni. i casi più gravi clinicamente, e via via ne sono arrivati, sono stati trasferiti in altri istituti della provincia, quando quello distaccato sul lago maggiore ha chiuso. oggi è un enorme comprensorio bianco che cade a pezzi sulla costa - bassa - di una montagna.
[senza soluzione di continuità dalla premessa al corpus del poste]
è qualche tempo che alcuni di questi bimbi, di allora, tornano.
tornano nel senso che vengono nella mia hometown. a pochi chilometri da quell'istituto. istituto che è poi la causa per cui matreme, da infermiera pediatrica diplomata a milano, se ne venne in quel posto così fuori mano. e poi il destino di una vita. e quindi la mia hometown, nel senso che lì vi nacqui. dove il punto nodale della questione non è il luogo, ma il fatto sia nato. e passa anche "per il mio nome, che io mi porto addosso" [cit].
comunque.
questi adulti di oggi tornano. tornano a riannodare o capir il nodo del luogo della loro infanzia. non importa per quanto tempo, ma luogo dei primi momenti dell'esistenza. tornano a cercar i posti di allora, e tutti - tutti - rimangono sconvolti a veder come cade a pezzi quella cosa un po' mastodontica che era. tornano a cercare anche le persone, ovviamente. perché quelle persone sono state la migliore approssimazione del concetto di famiglia, quando si strutturavano le fondamenta dell'esistenza di una donna e di un uomo. tornano a cercare un'eco del loro passato, vissuto in quell'alterità rispetto alle situazioni "normali". tornano a cercare brandelli del loro essere, di quello che sono stati, perchè evidentemente il concetto di radici sa colorarsi di una sua relatività, o polisemia.
per certi versi per mia madre è uno shock [positivamente] emotivo ogni volta. di alcuni si ricorda benissimo. di altri non tutto, o proprio poco. in un paio di casi si è adoperata a ricostruire pezzi di storia. pezzi di famiglia, coinvolgendo ex colleghe, bimbi di allora che si erano allontanati di meno.
è uno shock emotivo perché è come se si ricombinasse il senso di un "lavoro" che la metteva in contatto con delle giovani creature, decisamente meno fortunate di mio fratello e mie. non che non lo percepisse già allora, ovvio. ma col bacino di decantazione di due decenni e le consapevolezze dell'età più matura il tutto s'accende e si tinge di luci diverse. a tutti, ogni volta, ripete che lei e le sue colleghe hanno voluto un gran bene a loro. hanno cercato di dar loro quanto più affetto e amore possibile. è uno shock positivo perché credo abbia la conferma, trasparente e onesta intellettivamente, che sia stato fottutamente così. quasi a voler dar il suo contributo ad ovviare all'"ingiustizia" che obbligava quei bambini a vivere lì, e non dentro mura di affetto famigliari.
me lo ricordava di quanto fossimo fortunati. specie quando allora mi ci portava in quei luoghi, nei luoghi del suo lavoro. non so quanto lo capissi, a quei tempi. evidentemente la ritenevo una cosa scontata da bimbo e regezzì: che io stessi in una famiglia. e che per me non potesse che essere che così. di fatto però, quando ero lì, non mi ci trovato molto a mio agio. percepivo qualcosa di inspiegabile, che mi provocava sensazioni che avrei definito come di disturbo. non so quanto capissi che era il mio tentativo di metter la testa sotto la sabbia e non guardare quell'acclararsi di realtà di  bambini, più o meno coetanei, che di una famiglia avevano il surrogato.

mi è tornato prepotentemente in mente tutto questo oggi.

d'improvviso, al cancello di casa hometown, mentre tendevo la catena della motosega per il piccolo hard-gardening che mi attendeva, si è materializzato uno di quegli echi del passato.
arrivò a diciottomesi. se ne andò, adottato, ventiquattro mesi dopo. lui ha qualche ricordo netto, puntuale. molte altre cose gli sono state raccontate dai genitori adottivi. pezzi che spera possano servire ad innercar la risonanza dei ricordi di qualcuno che lavorava là. per cominciare a far luce sulle radici. quando arrivò non parlava, quasi non comunicava con l'esterno, mangiava a fatica, era lì, lì per finire in un gorgo di un mondo tutto suo, in cui avrebbe potuto non far entrar più nessuno.
oggi ha quasi quarant'anni, padre di due figli. quindici anni fa i genitori adottivi gli chiesero se avesse voluto conoscere la sua storia. lui si è rifiutato. poi, qualche settimana fa ha cambiato idea.
ed è tornato pure lui.
quasi per caso, nel nel B&B dove ha dormito, ha cominciato a raccontare pezzi di storia, e chiedere. la hometown non è grande, si sa chi ha lavorato in quell'istituto. e quindi si è arrivati tosti al cancello, cercavano mia madre, avevo in mano la chiave inglese per tendere la catena della motosega.
passato qualche minuto mi sono intromesso pur io e sono entrato in casa, guardavano foto, mia madre provava a scavar nella sua memoria, scartabellava con un po' di agitata emozione album fotografici su feisbuch. mi sono subito accorto stesse succedendo qualcosa ad alta densità emotiva.
dopo qualche minuto, per un attimo, l'ho guardato di sottecchi.
è stata una botta, prepotente, osservar lo sguardo che sapeva di profondissima malinconia. come se narrasse la fatica e la complicazione di provar a guardare in faccia alle sue origini: qualcuno che gli raccontasse di sua madre, della sua famiglia di sangue. e la paura che, nonostante la fatica, corresse il rischio di non trovar testimonianze.
è uno sguardo che mi ha segretamente commosso. ora che non metto più la testa sotto la sabbia. e che di controbalzo, e dopo aver perso migliaia di occasioni e l'intuizione dell'importanza di un padre quando era ancora vivo, mi ha fatto percepire il concetto di radici. cosa talmente imporante che il guccio ci ha messo un album per provar a dare contezza alle sue. quelle che per certi aspetti mi ostino a veder come lontane da me e di cui mi verrebbe da prender distanza. per poi però rendermi conto di come l'albero che ne è venuto fuori sia così instabile e [troppo] poco pregno del suo essere legnoso.
quell'uomo è tornato, con tutta la fatica che probabilmente gli è costato, per provar a togliere dall'oblio le sue. forse come esigenza inevitabile. forse come strutturazione del suo essere tronco, albero, rami, foglie.
due dettagli, infine mi hanno colpito.
la moglie. uno di quei personaggi che io scaricherei dopo quattro, cinque minuti. non per altro: una di quelle donne che sono presenza importante ed ingombrante, chioccie compulsive dei loro compagni prima che dei loro figli. io non sopporterei una compagnia del genere. probabilmente è quello di cui lui sentiva un qualche sublimato bisogno.
l'età. lui, come molti degli altri, tornano da adulti, ma da adulti da un po'. quando la giovinezza comincia ad essere qualcosa di cui si comincia a parlar al passato, per quanto prossimo. come se ci fosse bisogno di tempo, di strutturazione del tronco, di una qualche forma di realizzazione compiuta per tornare ad esplorarle e dissepperlirle quanto basta. sempre la storia delle radici, sublimata nei luoghi dell'infanzia e soprattutto nell'eco che ne riportano le persone che quell'infanzia l'hanno accompagnata.

ho poi fatto il piccolo hard-gardening con la testa che mi rimbombava di tutto questo.

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