Sunday, November 9, 2014

quando venne giù il muro.

cazzo. son già passati venticinque anni. tecnicamente volevo fuggire il ricordo, mica per altro, ma la contabilità del tempo che passa l'eviterei. e forse anche perchè cerco di riprendere l'equilibrio in posizione eretta in questo complicatissimo presente, financo fiduciosamente. e quindi il risucchio nel passato potrebbe distrarmi a recriminar su quel che non è stato, quindi di nuovo passato. mentre vivo nel presente per andare nel futuro. non cerco l'oblio, figurarsi: dimenticare mai. però non avevo intenzione di rievocare.

poi però ho ascoltato un po' di radio stamani.

ed è stato un turbinio di emozioni, di sensazioni, di impressioni stampate così bene in testa che per un attimo mi son sembrate roba di ieri. invece sono venticinquecazzotantissimianni.

la trasmissione alla radio è stata la riproposizione del servizio del gierre di radiopopolare di venticinque anni fa, fatto dal corrispondente a berlino. il fatto è che è lo stesso corrispondente di oggi, così come la sigla del gierre: la qualità del suono fa un po' cacare, ma hanno imparato ad equalizzare meglio solo pochissimi anni fa.

ecco. la cosa che mi ha colpito è che io venticinqueannicazzotantissotempofa non sapevo neppure esistesse radiopopolare. e comunque non l'avrei ascoltata, per ragioni ideologiche o qualche poltiglia di roba che le si approssima. la corrispondenza di allora di walter raue era carica di emozione nota, così come l'impressione di essere in una di quelle paraboliche della storia che ti fanno dire: uau, cazzo, ci sto passando attraverso. lui che peraltro, avrei banalizzato allora, era il corrispondente di una radio di comunisti e là, a berlino, i comunisti stavano abbassando le braghe, perdendo la faccia. però ho avuto la sensazione ascoltandolo oggi fosse la stessa emozione che provai io allora, e che è risalita sususususù velocissima. tanto da pelledocarmi tutto, oggi venticinquecazzotroppissimiannidopo.

e credo d'aver intuito il perché. anche se poi sarebbero due, i perché.

il primo, quello più delle visione banale, era che il mondo sarebbe diventato un posto migliore. e non solo, succedeva quando io stavo per rullare sulla pista di decollo del mio diventar adulto: il mondo che avrei partecipato attivamente, da lì a poco all'università, e poi ingegnere [a quei tempi, mi sembrava fico sapere di diventarlo], e così via. il mondo mi si stava spalancando migliore, e capitava a me. cosa che forse era financo giusto accadesse: è il solipsismo egotico dei giovani. cadeva l'impero del male, trionfava la libertà, la giustizia, la democrazia.
occhei, occhei, occhei!
mi par ovvio che non sia andato affatto così: a partire dal fatto non credo sia così fico essere un ingegnere, che sarebbe la cosa meno ingenua tra tutte quelle che pensavo. il mondo non è affatto un posto migliore, anzi, e per quanto credo si faccia mooooooolta fatica non rimpiangere quel blocco che è venne giù, perché non poteva non venir giù. più che l'impero del male, era l'impero dello stantio catafalcesco. dove, tra l'altro, troppi diritti venivano  sì, insopportabilmente, negati. per i cinici che comandano il mondo, i vincitori temporanei di una guerra, fredda, quelli che sono una delle prove che non esistono poteri buoni, per loro era un effetto collaterale. la storia dei diritti negati, dico.

e invece è la scintilla fondante di quell'emozione di oggi, tale e quale a quella di venticinquennifa. perché su tutto credo sia difficile non ricordarsi la gioia di quelle persone che cominciarono a venir di qua. l'emozione, la sensazione per la vertigine che dà la libertà, nelle varie declinzioni, dopo che ne sei stato privato. l'intuizione che si stavano realizzando quelle istanze che permettono ad un uomo di esserlo compiutamente, per il fatto si dia il la ai suoi diritti: che non a caso si sono detti fondamentali. è la prima boccata d'aria dopo l'apnea, non si ha tempo di valutare il dettaglio di quello che sarà effettivamente. a partire dagli strani giri che la libertà può permetterti di fare. tipo le prime cose che molti fecero, allora, cercando di approvvigionarsi coi simboli di quell'occidente che vedevano al di là del muro [altra testimonianza alla radio, stamani, nel ricordo di allora]. come primo segno tangibile di quella specie di libertà il fatto di acquistare i levis, le nike. in fondo è come ri-cominciassero daccapo con la nuova identità di donne e uomini: omologhi ai bambini che strutturano il loro esserci anche grazie al desiderio di posseder i giocattoli. non era il trionfo del capitalismo, era che erano disponibili gli oggetti per sentirsi parte nel mondo che immaginavano migliore del loro.

è stato quello che mi emozionò allora come oggi. quel momento in cui si concretizza la presa di possesso dei propri diritti, quanto meno di alcuni di questi, fondanti. come una specie di conferma di essere donne e uomini con più completezza perché s'incarnano quei diritti inalienabili, connaturati nel fatto una donna ed un uomo siano. è una delle conquiste dell'umanità più importanti, la teorizzazione organica di quei diritti. il fatto oggi non siano rispettati tutti e per tutti non toglie nulla all'importanza di quella conquista. non foss'altro che è il dipolo positivo che crea la differenza di potenziale che spinge l'umanità da quella parte. perché è di lì che si sta andando. e il fatto noi non lo vedremo non dimostra nulla. alcuni tempi sono più ampi dei nostri, ma poi accadono.

la cosa curiosa è che proprio in quei mesi, venticinqueannifa, stavo prendendo consapevolezza di quelle cose lì. della pietra fondante che sono i diritti fondamentali dell'uomo. ecco, quello dev'essermi riuscito meglio, perché lo sento netto ed inequivocabile come allora. ed è anche su questo che ho scoperto il mio essere ontologicamente di sinistra. mi emozionavo, allora, anche perché ero di sinistra, per quanto non lo sapessi ancora, e non ostante si stesse sgretolando il blocco comunista. anzi, senza il non ostante: non c'è contraddizione. essere di sinistra parte da ancora più indietro, e porterà ancora più lontano.

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