Sunday, October 5, 2014

i limiti dei continenti - isolette escluse, i bias[es], il ricciolo furtivo, il mal d'africa [non necessariamente in quest'ordine]

[comunque c'erano un sacco di refusi, forse ero più stanco del solito, o forse un po' confuso. posto che probabilmente ce ne saranno ancora]

la cosa che mi faceva sorridere è che l'amico itsoh un giorno mi scrisse di aver un certo bias verso i siciliani. la cosa curiosa è che me lo scriveva quasi per giustificarsi di un fascino che subiva nonostante mi parlasse di una [fascinossissima, pure lei riccioluta, nivura] ragazza siciliana, prima che pianista decisamente in gamba.

ecco. oltre al ricordo dell'esame di elettronica II, e la controreazione degli amplificatori operazionali, mi piacque quel averci del bias. e quindi me lo segnai. anche per ricordarsi che un nome si porta appresso varie decinazioni di significati.

il fatto è che io il bias, per ragioni contingenti, ce l'ho verso la calabria e il napoletano, intesa come zona. quanto meno mi è scattato recentemente. non che ne vada fiero, ovvio. però non posso negare di sentirmene coinvolto. anzi, penso sia una reazione normale, quanto meno non alimentata da una delle nevrosi che mi porto appresso. anzi: proprio perché qualcuna comincia a sciogliersi, di nevrosi. però sorridevo al fatto che i bias del mio inspiratore biasifero, come modo di dire, ce "l'avesse" coi siciliani. mentre io, laggiù, in sicilia, coi siciliani, mi ci sento molto bene.

non penso sia solo una questione di nomi, come quello di battesimo intendo. una roba da nome- omen. però mi ha fatto un certo effetto entrare in quella basilica. per quanto quel santo, illustre omomino protettore della città e co-protettore della diocesi [mi dissero orgogliosamente], si chiamasse di cognome confalonieri. per quanto da agnostico convinto dovrei un po' fottermene di queste credenze apotropaico-nominative. per quanto la capitale mondiale del barocco, boh, tanto 'st'effetto non mi ha fatto. contrariamente ad altri posti là intorno. e per quanto alcuni si siano addirittura stupiti nel sapere come mi chiamassi. e che mi chiamassi così pur venendo da posti decisamente più antipodali, da così dal nnnnorde. pur essendomi - irrazionalmente, oneiristicamente, a gocce di nebulizzione - di quelle parti.

che poi dici sicilia, e dici un piccolo coacervo di cose. esattamente come se io con uno di ivrea, figurarsi di novi ligure, c'entrassi qualcosa da - tecnicamente - piemontese. a proposito di piemontesi c'è una toponomastica molto risorgimentale, probabilmente più che qui al nnnnorde. e questo potrebbe anche confermare parte della tesi dell'amico luca, che mi ha regalato questa vacanza, con la generosità che gli è propria: proponendo senza insistere per evitare che mi facessi danno in autodafè, rifiutandola. amico luca che non ho voluto contraddire o [almeno] confrontarmi con lui in alcune sue risolute, decise, considerazioni. probabilmente per via di altre nevrosi: che si staranno pure sciogliendo, ma ci vuol tempo.

nel mentre ci siamo visti il sud, che più a sud non si può andare della sicilia, e quindi dell'italia, e quindi dell'europa. a meno non andar sull'isolette, ma sono altri percorsi quelli. siamo finiti più a sud di tunisi, ad un passo dall'isoletta dove più in giù non si può andare. godendo appieno, lui ed io, del concetto di limite di un continente. concetto che il guccio ricama bene usandolo compiutamente verso l'ovest nella sua bambina portoghese. noi ce la siamo sintetizzata andando al suddddde, isolette escluse. il limite - geografico - si porta l'eco di un qualcosa che dà l'effetto del segnar il margine. che per certi versi è rassicurante: perché delinea il perimetro. e quindi si ha l'impressione di poter provar a intuire quel che c'è dentro, perché almeno è stato definito il bordo. e quindi il dentro e il fuori. per quanto, dal mio punto di vista, è illusione che dura poco. perché le terre, coi loro bordi, sono solo il punto d'appoggio delle genti. e quindi quel concetto di perimetro si sminchia. non fosse solo per il fatto che l'uomo e i popoli, dacché son uomini, si spostano. e quindi saremo pure arrivati là, al limite di un continente. ma lì sono arrivati uomini da altri limiti, altri continenti. e quindi l'illusione vien giù facile e affascinante come scorre l'acqua di un mare un po' incazzoso sugli scogli. lo scoglio è pericoloso per la navigazione, ma l'acqua gli si scivola attorno. anche al limite del continente.

[semo tutti migranti, in quanto humankind]

[e, beffardo, poi risuona nell'orecchio pure l'altra di citazione: che quando fu davanti al mare si sentì un coglione, perché più in là [più giù] non si poteva conquistare niente.]


si sono visti posti meravigliosi, calati in realtà poco pregne delle proprie potenzialità. la questione meridionale, immensa, complicatissima, ganglio infiammato e sclerotizzato di una nazione - qualsiasi cosa significhi il termine nazione - la riconosci da piccole cose così, da una specie di cappa che non riesci ad evitare di percepire. magari è una cosa spocchiosa e saccente. quelle cose da piemontese che si cala dai paesi con la nebbia e il freddo, e pretende di  capire qualcosa che si è stratificato in millenni ma che è stato azzoppato negli ultimi venti decenni. e che si pensa di averlo chiaro traversando le due province più a sud d'europa. ma la cosa che mi fa ancora più strano, ogni volta che ci torno giù, è quello che accade dopo la straneità iniziale. quella diversità si mitiga, si scioglie, si riverbera in quel che è lì. non che non mi diano fastidio alcune cose che sento più lontane. però poi, almeno io, mi sento in un qualcosa che sento sempre più coinvolgente, e che sento accogliermi. forse è il sole che scalda la pelle. che poi è lo stesso sole che c'è ovunque. forse il colore del mare, e di come il territorio declini dentro di questo. o il terreno brullo ed incazzoso, dove però "bastano due gocce d'acqua, e la natura sa regalarti frutti e fiori di un colore dalla bellezza insolente" [cit.].

[lo stagliamento dell'amico luca, verso altri limiti di altri continenti]

in realtà ci sono andato perché il regalo me l'ha fatto l'amico luca, ma l'amica liude ha avuto forse una parte ancora più importante. è stato bello conoscere il suo mondo, parte della sua terra, l'esuberanza variopinta e caleidoscopica dei suoi "parenti, ma quelli più stretti". mi ha spiegato, per quanto fossi già meravigliato e spiazzato, il concetto di parente, figurasi quelli più stretti. che io li conto sulle dita di un paio di mani. lei ci ha riempito metà della sala dei ricevimenti del matrimonio. non il suo, ma della sorella. anche quello è stato un bel calembour antropologico. e non solo per gli scout che hanno cantato metà della messa, canzoni che avrei potuto ancora suonare a memoria, nonostante l'età e l'agnosticismo [avrei financo paio di cose da dire al tamburellista, ma son dettagli]. l'altra metà delle canzoni erano roba loro, degli scout, dico: metriche dei versi un po' spericolate comprese. quando, in chiesa, mentre eseguivano quelle canzoni, mi son girato ho visto cantare a macchie di leopardo: ecco come riconoscerli, gli scout. e cantava pure la riccolina che avevo notato piuttosto in fretta. è un buon modo per non farsi coinvolgere emotivamente dal resto del matrimonio: fissare una riccolina che quindi si scopre essere, o esser stata, una scout [che peraltro idiosincrosizzavo già quando ero un bravo et convinto parrinaro-oratoriano]. e per quanto non fossi lì propriamente per guardare le fanciulle agghindate da matrimonio. non so se è stato il ricciolo, l'efelidi sulle spalle, o il fatto fosse agghindata in maniera più elegantemente sobria della media. nonostante fosse [ex?] scout, nonostante se ne stia oggettivamente oltre la mezz'ora di metropolitana che mi sono dato come orizzonte, e soprattutto nonostante la mia congiutural-nevrotica incapacità solo ad immaginare una storia con una fanciulla, mi son divertito financo a rubarle un paio di scatti, nel mentre ne rubavo altri: soprattutto fotografando i fotografi che - in quattro - fotografano gli sposi. come evidente necessità di andar oltre le mie nevrosi mi ero pure messo in testa di andare a dirglielo: guarda, ti ho rubato un paio di scatti, ma la fotocamera non è mia, quindi nemmeno le foto. farlo giusto per prendermi il rischio di farmi coprire di ridicolo e sorriderci sopra. ovviamente non l'ho fatto: ma a 'sto giro non solo per inedia pusillanime, cioè, un po' sì, ma non del tutto. ovviamente  ho poi scoperto esser piuttosto giovane [roba che io avevo già iniziato a sentirmi molto sfigato, quando lei urlava i primi vagiti], piuttosto scout, nonché piuttosto fidanzata. tutto sotto controllo, insomma. per quanto, probabilmente, ho fatto un qualche torto alla sposa. che era la sua giornata, mentre io guardavo una sua amica. anche non penso me ne vorrà. è il mood un po' giocoso-dopaminico che s'è creato - anche - grazie a loro. mi è servito a ricordarmi che ho le emozioni non del tutto sminchiate. funzioneranno anche quando sarò meno incapace, o mi sentirò meno incapace. e financo quando sarà dentro la mezz'ora di metropolitana.

[visto che poi è il giorno della sposa]

sono ripartito con una specie di mal d'africa. che non ho avuto modo di godermi appieno. forse perché sono mesi che sono in vacatio, ed ho voglia di ricominciare: vuoi magari vedere che ci son pure le condizioni per? forse perché pure questo passaggio al limite di un continente è, appunto, un passaggio. e sarebbe faico ripartire [anche] da lì. dal limite, intendo.

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