Friday, February 14, 2014

sugli empirismi teoretici di un potenziale etilismo

questo è un post della birra, di nuovo.
a seguito anche della recente lettura del libro di augias, quello su maria, per intenderci.
non c'è un nesso causale tra le due cose, dico. però prese d'infilata mi pare di cogliere, nel marasma dei pensieri psicopipponici, una specie di linche.
peraltro sul libro di augias avevo in mente di scrivere un altro post. psicopipponico pure quello. che però non è questo.
ma andiamo con ordine.
tra le altre cose, nel dialogo con marco vannini, si sostiene che spesso l'arte, la scrittura, è dettata da un malessere esistenziale. la banalizzo, ovvio. il loro ragionamento è molto più ampio ed articolato.
però ho pensato che, nel mio banalissimo piccolissimo, in effetti non sto più scrivendo. per quanto, ovvio, non abbia mai fatto arte. al limite qualche psicocazzata scritta discretamente. però mi ha colpito questo sillogismo da gambero, all'indietro. che da una parte ho l'impressione l'esistenza mi sembri un po' più sostenibile, o meno insostenibile, ed abbia ben altre percezioni di me medesimo. dall'altra scrivo meno. forse financo cose meno interessanti. sicuramente più di rado.
magari poi è un caso, neh?
ma non solo.
questa sera ho bevuto birra, appunto. con la pizza, di cui un paio di post fa. cioè. la pizza non è mica la stessa. questa volta ho financo scongelato della pasta fresca liftizzata tempo addietro. simbolicamente mi sarebbe piaciuto tenerla lì, sine die. poi però ho pensato fosse una cazzata. roba che la vita, o la pizza, va goduta quando viene.
insomma. ho bevuto birra. mezzo litro. che poi sarebbe nemmeno una pinta. per quanto doppio malto. ho trovato un buon rapporto qualità/prezzo all'esselunga.
e pian piano mi sono trovato coi pensieri leggeri, quasi soffici e spumosi. tutt'altra roba di quelli che mi arrovellano di solito. soprattutto da oggi pomeriggio, quando ho ritrovato paciosa ed appiccicosa questa specie di anZia esistenziale. roba partita dal busillis se scongelare la pasta per la pizza. roba da dibattimento interiore di tre ore. una scusa, ovvio, per mascherare come il vestigiarsi dietro il simbolico, dito di ben altri busillis.
la trasferta amicale da far domani. il compleanno adveniente. le proposte lavorative-imprenditoriali-da-continuar-a-far-codice. il codice che sviluppo e che contempli i mille rivoli di una web-form quasi paraonide. tutto questo. nulla di ciò.
insomma. di colpo mi son trovato coi pensieri leggeri e la necessità quasi liberatoria di scrivere psicominchiate qui dentro. che siamo in due-tre. a 'sto giro per sul serio.
e quindi ho pure considerato: se i pensieri sono così pesanti la realtà mi è poi così veramente sostenibile? per quanto ci vuole tutto sommato poca componente alcoolica, che tende ad evaporare facile, per renderli molto più leggeri. e nella leggerezza mi vien da scrivere, confusissimi flussi di coscienza che a nulla servono, ovvio, se non mettere piccole tacche postiche.
o forse no. possono servire, ad esempio, a fissare il fatto non [mi] voglia fuggire. intuendo, pensando lucidamente brillo, intuendo alcoolicamente con sinapsi lubrificate dal luppolo, il perché uno nella [sua] vita diventi etilista. per far evaporare i pensieri che possono farsi di piombo, schiacciati dalla densità importante della realtà. è sensazione talmente chiara, che decido di non sottrarmici al divenir delle mie cose, pesante. tanto che la alleggerisco appena, col luppolo, quindi i pensieri si fanno meno densi, e scrivo.
[poi, delle suggestioni di augias, magari un'altra volta].



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