Sunday, February 9, 2014

socialismi

vivo solo.
sono solo.
non mi sento solo.
non subisco la solitudine.
peraltro anche di questi due ultimi aspetti si era parlato con l'amica betty, mi pare fossimo appena nei pressi del palazzo di giustizia. ma si era lì perché si stava peripatetizzando, quindi è stato solo caso che si sia dibattuto di quello proprio in quei pressi. in realtà quel pomeriggio si è dibattè parecchio. non foss'altro per la [mia] necessità di esalare i nodi che c'erano. che poi anche quello è un modo per non subirla la solitudine.
dicevo, l'amica betty.
lei, di là, si faceva un qualche web-peripatetizzazione. l'ho scoperto relativamente di recente. e quasi per caso. o forse è stata lei a volermelo far sapere, discretamente, qual è il suo modo garbato di porsi. quando l'understatement non inficia i fondamentali dell'autostrutturazione.
non so se sia mai passata di qui. magari l'ha fatto vestigialmente. lo scoprirò, nel caso, per caso. quando vorrà farmelo sapere.
l'amica betty, ecco sì, appunto.
continuo a citarla perché mi è sovvenuta in mente soprattutto lei, oggi pomeriggio avanzato. quando sono entrato in un covo di artistoidi-un-po'-radical-scic-che-milano-in-fondo-può-essere-anche-un-paesone. mi è sovvenuta soprattutto lei perché di recente si era interloquito veloci sul quello che era il motivo acciocché io fossi colà, in questo tardo pomeriggio. anzi. aveva chiosato la chiusura con un "aspetto post [psicopipponico, ndo] a riguardo dell'ossimoro".
quale ossimoro?
beh. lei aveva notato con piacere quanto fossi attivo nella socialità in quel di milano, per quanto nel contesto di determinati ambiti. ambiti che, naturalmente, condivido con lei.
io risposi, un po' per understatement e per segnalare il mio residuo di percezione un po' sfighinz, che facevo molta socialità, sì: ma in solitaria.
quindi potrebbe scattare la psicopippa, a 'sto punto. come si fa socialità in solitaria? anzi, tecnicamente, si può definire socialità questa cosa qui?
in realtà la psicopippa che mi scivolerebbe fuori potrebbe essere sul perché lo faccia. che poi era la cosa che mi son chiesto quando me ne sono entrato in questa specie di covo. che a volerla spiegare sarebbe poi stata 'sta cosa qui.
cioè una specie di piccola sfida un po' [auto]sadomasochista. cioè far quella cosa che si va in un posto, da solo, in un posto dove fondamentalmente non conosco nessuno, sapendo benissimo quando me ne uscirò continuerò a non conoscere nessuno di quelli lì dentro. poi magari capita che intellegga qualcuno di vista. questa sera l'ho fatto "di voce" - è la situazione strana di ascoltare quasi solo la radio. anzi, una radio.
e mentre me ne entravo in quel covo, e mi sovveniva l'amica betty, mi son pure detto: fanculo, se sembro quello un po' sfighinz che se ne entra da solo in un posto dove non conosco nessuno, e nessuno conoscerò anche quando uscirò di qui. perché in fondo mi sa che la maggior parte di costoro sono debosciati e non farebbero quello che sto facendo io.
e poi è una questione di legge dei grandi numeri.
a furia di uscire, da solo, prima o poi qualcuno conoscerò. non mi importa neppure se e come e quanto e dove e perché la conoscenza potrà rivelarsi più o meno importante.
ecco. quando sono uscito, ovviamente senza avero conosciuto nessuno, questa cosa mi è sembrata molto chiara e presente nel divenire delle prossime cose. come una sorta di consequenzialità inevitabile.
magari ci scriverò pure un post.
magari viene fuori meno psicopipponico e più sintetico di questo.
[d'altro canto, anche con l'amica betty tendo a non contenermi. nell'interloquire, ovvio].

3 comments:

  1. Per come la vedo io si può tranquillamente evitare di cadere nell’ossimoro della socialità non socializzante, se si tiene a mente che a partire da socius, cioè “amico, compagno, alleato”, si sviluppa tanto il concetto di socializzazione quanto quello di società.
    La società, intesa come insieme organizzato di individui, tende spesso ad aggregarsi per una fruizione collettiva di un’esperienza che resta fondamentalmente individuale:
    se nei contesti socializzanti si va da soli, soli si rimane; se si va in gruppo, si rimane nel gruppo.
    Solo molto raramente accade di socializzare, e quasi sempre è una socializzazione che non va oltre la contingenza del momento.
    Questo è il motivo per cui i luoghi e i momenti di aggregazione risultano in sostanza quanto di meno aggregante esista.
    Ed ecco il secondo ossimoro, che però, come il precedente, ha puramente basi linguistiche e non logiche: ovvero riguarda la forma, ma non la sostanza delle cose, poiché la socialità rimane fondamentalmente un abbaglio solipsistico.
    Che l’intelligenza supera accettando la solitudine invece di subirla.
    Per come la vedo io, eh!
    Che però non peripatetizzo da quelle parti.
    Ma nondimeno ho una certa attitudine alla psicopippa a sfondo sociale.

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    1. e mo?
      cioè.
      sei la seconda persona che oggi mi mette davanti la mia approssimazione terminologica. qui s'acclara la mia ignoranza. che non ha confini.
      sarà mica per questo che continuo a rimanere solo?
      scambiando per ossimoro un'incongruenza etimologico-linguistica...
      [il mio solipsismo ne uscirà galvanizzato]

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    2. Io non so quale approssimazione terminologica ti abbia fatto notare la prima persona, ma “la socialità in solitaria” linguisticamente è e rimane un ossimoro. Cercavo solo di smontarlo da un punto di vista logico.
      Quindi aspetta a vantarti della tua sconfinata ignoranza!
      Piuttosto, ma due persone in un giorno, oltre all’evocata amica Betty, non inficiano i presupposti di solitudine?

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