Sunday, December 31, 2017

in effetti quando accompagnai mia madre a salutare per l'ultima volta don dionigi ho avuto la sensazione di aver vinto io [pars contruens]

perché non c'è solo la pars destruens.
e perché la pars construens passa attraverso questi testacoda. o paradossi.
si stava andando ad una camera ardente - nel  bucodiculo della brianza - a salutare un morto, per quando cardinale, ed io in quel momento, mentre si percorreva la litoranea deserta e con un caldo lattiginoso, capii di aver vinto. quella più malinconica era mia madre - era mancato il suo don dionigi, il giorno in cui ripartivo dal mare - però credo abbia intuito che la mia testa stesse facendo click. forse financo prima di me. le stavo raccontando di quella settimana faticosissima ma che già mi risuonava struggente. che non era stata bella, ma fottutamente formativa, maieutica a suo modo: ce la si poteva fare. nonostante l'istruttore sociopatico, l'aggrapparsi isterico alla draglia dell'inizio, l'incazzo di voler mollare tutto e sfanculare il tentativo. anzi. forse proprio per questo. un altro [apparente] paradosso.

ma andrei con un minimo di ordine.
anzi, ma anche no.
perché quella settimana è una specie di epigono: perché prima si è dovuta preparare, arrivarci tipo a spirale. e poi si è andati avanti, che già che c'era l'abbrivio. ci si è arrivati con dei rimbalzi forse casuali, che si sono inseriti in nessi causali. un libro preso per caso in biblioteca - una paraculata editoriale, ma per certi versi utile - l'immagine di copertina, io che ne parlo ad odg perché volevo parlarle della parte utile di quel libro. odg che le viene un'intuizione quando le dico della copertina, e la raccomandazione della vacanza come indicazione terapeutica. io che le dico avrei trovato questi qui. lei che mi dice mi sono informata, ho capito chi sono. tutto mica in una volta. a spirale, appunto.
e via così.
fino a percepire, giù in fondo nel punto fondante, che le cose sono possibili. e che non fa così paura pensare di provare a farle diventare un tocco oltre il possibile. anche se può essere faticosissimo, anche se ti può venire di aggrapparsi alla draglia, anche se l'istruttore è sociopatico. anche se giuri e spergiuri di non salir più su una cazzo di barca a vela. perché poi ti capita anche un po' il culo di incrociare qualcuno che stia lì - perfetti sconosciuti - ad ascoltare il tuo esternare a fiato corto ed il groppo in gola del piccolo shock della giornata - anche il fatto che siano le prime vere vacanze dopo anni, e che sembra ti stia scoppiando tutta la merda in mano, i blocchi, le incertezze, i pochi appagamenti, le scelte sminchiate, gli uomini piccoli a cui devi rispondere, una realizzazione che non c'è e non si vede. e che poi ti mescino del mirto, per affogar un po' tutto nella cazzaraggine [auto]ironica. e che poi ti trascinino, il giorno dopo, sul pontile, magari solo con la scusa che hai un bel pezzo di cambusa nello zaino, mettiti un po' la mano sul cuore e muovi il culo. poi vabbhé, alla fine il saltino per tornar sulla barca l'ho ben dovuto far io, con lo stomaco un po' in subbuglio, col caldo aggressivo che fintanto che non sei fuori dal porto ti stride addosso. ma è importante tutta la filiera. chi ti porta al pontile e te, col tuo saltino. ed una volta a bordo poi si issa il fiocco.
e via così.

tipo, appunto, che il cambiamento è possibile. è nelle corde. è in potenza. che l'immobilità non è obbligatoria. anche perché basta non tirare in direzioni diverse assieme. 'ste cose qui insomma, in apparenza banali, che chi ci è già arrivato meglio per lui. ora dovrei averlo [ri]capito anch'io.

sarebbe poi questa la pars construens. essere andato oltre la pars destruens. in maniera fuzzy, non è che una mattina ci si sveglia e dici: buondì pars construens. è un declivio raccordato. con pochi strappi o robe eclatanti. quasi senza accorgersene, però un bel giorno 'sto plumbeo sembra sparito.
e nel trascorrere un sacco di cose belle.
tipo i libri, che son tanti, perché sono compulsivo a leggerli e poi perché sto imparando. quindi ci son stati - tra gli altri - kazuo, david, alessandro, etty, emma, roberto, philip, fabio, ralf, roddy, ian, jonathan, alan, antonio, andrej.
tipo, soprattutto, le persone [in ordine sparso] l'abilitazione dell'amica viburna, i calici alzati con la cummmmà liude e l'amico luca, le compulsioni dell'amica paola, le chiacchierate e gli entusiasmi dell'amico guiTo, l'ascolto attento dell'amico emanuele, le risolutezze dell'amica chiara, l'amica laura ritrovata, le peripatizzazioni coll'amica valentina. e poi quelle conosciute - dal vivo o meno - nuove nuove, alcune veramente codine della gaussiana, davvero tanta roba [rigoroso ordine alfabetico: amalia, alessandra, antonella, danilo, francesca, giusy, irene, marco, rebecca, stefano, valentina, zino]
e poi le chiacchiere in piedi - e pace se siano già finite, le foglie raccolte colla musica nelle orecchie, i quadri raccontati, le idee da pelle d'oca, la triennale, i post di gianluca, itsoh, barbara, il ventimaggiosenzamuri, il venticinqueaprile, sundayblues dal vivo alla radio, le ong che salvano le persone nel mare - e a gran stronzissimo culo tutti i salvinismi che albergano in troppi -, la prima diffusa alla fondazione feltrinelli, il piacere di un calice davanti un film, bookcity, il ringraziamento di alcuni colleghi, le piccole epifanie da odg, la paizza condivisa, i bimbi nuovi che sono arrivati - alcuni in anticipo, con 'sta gran fretta di guardare il delirio che li attende - e quelli che stanno arrivando.
la sensazione di stare bene.
e poi 'sta cosa del piacere di scrivere, che a volte viene financo discretamente. piacere ritrovato. o [ri]scoperto. con questo odore fresco del tocco oltre il possibile. qualsiasi cosa voglia dire. oltre che potrebbe essere un riuscitissimo uovo di colombo. ci son voluti alcuni barnum, chi l'avrebbe mai detto: è un altro paradosso, baricchiano. intanto "la sposa giovane" me lo sono centellinato come un piccolo piacere, a chiusa dolce.

e mo vediamo dove porta il vento.

Saturday, December 30, 2017

in effetti quando preparando i maffffinz mi ricordai di aver dimenticato il lievito non fu una bella sensazione [pars destruens]

e quindi direi che ci sto ricascando. hai voglia dire che le scadenze - di una bolletta, di una garanzia, di un anno - sono come i confini, convenzioni. però poi prudono le ditina. e ti viene da tirar la linea, guardar indietro, e ammonticchiare un po' tutto. chiamarlo bilancio forse è un po' sboffonchiante. ma è qualcosa che gli si ispira, via.

poi, vabbhé, ci sarebbe anche l'annosa questione del separare dicotomicamente l'elencazione delle faccenduole mie. sono svariati gazzilioni di secoli che ci si arrabatta a raccontar variazioni sul tema fondante, la quisquilia tra bene e male: epiche, filosofie, culture, tradizioni, saghe di guerre stellari. poi alla fine scopri che siamo tutti un tutt'uno, quindi dicotomia de li me cojoni.

non pretendono così tanto, l'elencazione delle faccenduole mie, dico. quindi facciamo che planiamo sulle cose che sono andate meno bene - destruens - e quelle andate più bene - construens. l'ordine, savàsandiiiir, non è casuale.

quindi la pars destruens.

girano gli anni, ma uno rimane fedele alle proprie ontologiche sicurezze di ciuccare in quei tre-quattro fondamentali. e quindi non è una questione di capodanni che passano, ma proprio una [lunga] strada per ciuccare un po' di meno. o per tratti meno lunghi e faticosi da trattare per cercare di uscire dalle buchette, grandi o piccine che siano.

poi, ovvio, c'è sempre il confronto inevitabile con il principio di realtà e cosa la realtà - oggettiva - ti butta lì sul camminare. roba che non si controlla, c'è e tocca zizzagarle, oppure saltar da un sassone all'altro macigno: leggero o greve che sia e continuar a farsela 'sta strada.

destruens, a dirla in breve, è stato un blocco per diversi mesi, i primi tot.

a dirla meno breve destruens è stato quel sottile bordone di fondo, che mi son tirato dall'anno indietro [son convenzioni, come i confini, i capodanni]: una splendida e inevitabile sequela senza soluzione di continuità. un raccordo tra i due anni, nell'estate, poi l'autunno, poi l'inverno, e poi un gran pezzo di primavera. niente punti angolosi, quelli li eviterei, grazie. un sottile bordone di fondo, un misto disarmonico di insoddisfazione esistenzial-lavorativa, desideri rintucciati di una compagna - o forse di un'amante - e poca propensione all'azione, affogata nella speculazione interiore. [ho trovato sul feisbuch un finale di micro-post di fine gennaio: "poi ci sono io, che il 10% delle cose che analizzo sono il 90% delle cose che sintetizzo. poi ovvio che uno si perda un po' via..."]. un bel mics piuttosto invalidante, nel senso che uno ristà. e magari non è perché sta affffà 'na beata sega. no: è che si tira da più parti in contemporanea, e non ci si [s]muove. tipo rimanere in attesa di cose che si desiderebbero, ma senza troppa convinzione, o senza far sapere in maniera chiara cosa o chi.
anche per questo ho passato un compleanno discretamente di merda. o forse me lo sono imposto per una qualche propensione ad un autodafè dei poveri. ho spento il telefono e la voglia di comunicare col mondo. poi, però, ho dovuto riaccenderlo quel fottuto telefono. e forse è stato peggio: bisognerebbe pensarle le conseguenze, ogni tanto. il nesso causale non è cosa poi così complicata da immaginare.

non sono state albe facili. roba che da una volta chiesi ad odg di vederci anche la settimana successiva. faticavo al pensiero di dover attendere quindici giorni. pensiero che ha anticipato di un nulla la sua idea di propormi la stessa cosa. ero seduto lì, in fronte a lei, le spalle un po' chine. un rinculo di singhiozzo lagrimoso. guardavo avanti, vedevo una cosa plumbea. 

destruens è stato quel richiamarmi, ossessivo, la difficoltà di affrontare in quei giorni, settimane, mesi, le frustrazioni, i momenti spigolosi, gli scazzi. ammonticchiavo e non riuscivo a scaricare, e il fluire delle cose sparpagliava rena. faticoso andar avanti. anche quando mi è capitato di camminare - sul serio - lungo la circonvallazione della 90/91, per svariegate fermate: non arrivavano filobus. impotenza, tentativo di porvi rimedio, incazzo. camminavo ma i passi non lasciavano sulle suole la tensione, la caricavano.
una mattina successiva pensai di preparare i maffffinz per la colazione: facciamo una cosa construens, per scacciar via il destruens sottile e duro, come i crostoni di neve ghiacciata che non si sciolgono col sole che c'è. non so se pensai proprio ai crostoni di neve, anche perché era appena finito aprile. ma il senso era quello.
quindi spignattai, tutto perfetto e rassicurante, fino allo riempimento delle formine maffffffinistiche. quando realizzai - piccola epifania - di non aver messo il lievito, mentre l'impasto color cioccolato scendeva nei pirottini. fu una scarica violenta, uno spike disgustato. con l'idea fosse da illusi pensare di scampare a quel plumbeo che sembrava non volermi abbandonare: impotente di fronte a quell'ineluttabile. e quindi venne la reazione isterica, oltre che di impasto burroso che volava - e sporcava - qua e là nella cucina, quasi a voler rappresentare schizzi di merda sciolta ejettata, dalla mia rabbia carica di lagrime nervose, e voglia di punirmi fisicamente: solitamente sono le mani, o le nocche che si arrestano veloci sul muro, ad aver la peggio. mi vidi addirittura con la voglia di sfondare il vetro della porta della cucina, analizzando - savàsandiiiir - le probabilità potessi finire in un qualche pronto soccorso a farmi dare dei punti. non fu una bella sensazione.
però non ruppi nulla. riuscii a placarmi scrivendo, per alcune ore successive, un flusso di coscienza. niente scrittura creativa, un enorme giro per arrivar a raccontare del lievito dimenticato. [flusso di coscienza, peraltro, di cui non ho più nemmeno una copia. questo post, per fortuna, è più breve].

ecco. una medesima sensazione d'impotenza, come dovessi venirci risucchiato, mi colse, poche settimane dopo. in giornate in cui pensavo di esserne venuto un po' fuori, o che riuscissi a cominciare a farlo. soffiato dal vento e da questo cotto, in mezzo ad un braccio di mare, di cui intuivo la potenza immensa e annichilente - ovvio poi che i marinari siano così superstiziosi - aggrappato alla draglia di una barca a vela che a tratti mi sembrava troppo inclinata: paura no, ma forte disagio. impotente dentro una situazione che speravo potesse arrivar a significare altro, dopo grumo importante di mesi, molti mesi, anni. mi sembrava si stesse reiterando tutto. un ritornare al punto di partenza relativa, dopo averci provato. il bordone di fondo, come inevitabile: tranquillo brò - sembrava mi dicesse - ci son qua io a farti compagnia, non ti lascio. e quindi, a tratti stringendo un po' di più la draglia, pensavo che quella sera sarei sceso dalla barca per non rimetterci mai più piede, me ne sarei tornato lontano dal mare e per dispetto sarei salito in montagna, a finire quelle prime vacanze dopo tutto quel tempo. che fosse pure destruens, ma che andassero a cagare tutto e tutti.

il giorno dopo mi hanno riportato al pontile. e poi, su quella fottuta barca, ci sono risalito. questa però è la pars construens.

Monday, December 25, 2017

ora e sempre resilienza [post che non so se casualmente vien fuori la notte di natale]

c'è 'sta parola che mi piace assai. resilienza intendo. pare ormai sia diventata financo di moda, quasi da fighetti utilizzarla. nel caso non me ne curo. anche perché - ci sto pensando da un po' - credo possa rappresentarmi un modo di porsi, di essere, di rapportarsi con le cose del mondo. e magari aiutarti a tirar fuori quella specie di solco lungo il viso [cit].

vado a spiegarmi, con alcuni esempi che in apparenza possono sembrare così tanto sparpagliati, e scorrelati.

amazon, come esempio facile e gancio per quello che è lo sfruttamento della gig economy. amazon in principio vendeva libri, ed ha inventato le tab delle pagine del gueb. quelle che hanno dato un nuovo ordine alla navigazione interna agli ipertesti. tanta roba. poi amazon si è rivelato essere il fagocitatore del commercio online in una certa parte di mondo [ricco]. bezos ricco che occorrerebbero generazioni per spendersi il patrimonio. possiamo anche fottercene della ricchezza del suo proprietario, non siamo obbligati a pensare necessario l'esproprio proletario. però. c'è un punto cogente nell'esigenza di fare un click sul carrello del sito ed avere, poche ore o il giorno dopo, quello che si è acquistato. ed è la catena della logistica della consegna. dal punto di vista ingegneristico è roba da ingioiellamento. però tutto tirato allo spasimo, ovvio. sennò il prime non lo puoi garantire. significa tirare il limite, troppo, ad un sacco di gente che ci lavora. poi, chiaro, nelle miniere di carbone in cina, i bambini in quelle di diamanti in sierra leone o di cobalto in congo, è roba nemmeno paragonabile. però, qui, si tira al limite gente per avere il pacchetto dal click alla consegna in sempre meno tempo.
ecco. io, se posso, evito di comprare su amazon. è chiaro che amazon possa anche fottersene. così come non è che il resto della vendita on-line sia luogo virtuoso perché altro da amazon. però la resilienza è anche incuriosirsi di quel che succede nella pancia delle magnifiche sorti del pacco con su il sorriso. coltivando il sano dubbio su questa specie di divinazione di poter comprare comodi, e veloci aver il pacco [inteso in maniera polisemica, ovvio]. e confrontarsi raccontando le proprie perplessità, specie a chi ne fa quasi un entità rasserenante: il gran sacerdote dell'acquisto inevitabile. buttando lì l'idea semplice che, rivoluzione per rivoluzione, e considerando i margini imbarazzanti nel complesso, si potrebbero pagare di più chi ci lavora, o magari farli lavorare di meno a parità di stipendio. amazon è amazon. io sono io. e l'ordalia commerciale on-line esiste. inutile opporsi. ma osservandola con un po' di critica costruttiva, condividendola. ed usandola in maniera altrettanto consapevole.

i migranti. argomento che torna ogni tanto nei post. perché è istanza che mi pungola. gli uomini migrano, da sempre. ad un certo punto della storia però hanno cominciato a farlo quando si è reso necessario andare in cerca di qualcosa di migliore. sennò si rimane stanziali. anche perché è struggente recidere l'eco dei luoghi di dove si nasce e si cresce. noi si sta in un parte di mondo ricco. qualcuno vuol venire a partecipare un po' a quella ricchezza. anche perché da dove viene si può partecipare solo a violenza, carestia, guerra. tutte cose che naturalmente ci vengon da rifuggere. il fenomeno migratorio esiste e, per quanto complesso, non si può resistervi. è cosa stupida, che quindi non porta a risultati intelligenti. resilienza è smettere di pensarla come un'emergenza a cui bisogna porre rimedio. resilienza è cominciare a pensare come cominciare a smontare la complessità del fenomeno per poterlo imparare a gestire. resilienza è pensare di far scoppiare le incongruenze, egoiste e miopi, di chi ci specula per motivi gretti. resilienza è provar ad informarsi e aiutare ad informare: se ne sa di più, è più facile intuire un po' più di empatia. e se si empatizza diventa più complicato atteggiarsi a stronzi. e se ci si atteggia meno da stronzi le argomentazioni grette appaiono per quel che sono: grette, opera di master of stronzi. un cazzo di difficile far resilienza. ma necessario.

l'incedere del mio divenire. ora provo a spiegar meglio. sono una persona fortunata. sono nato nella parte ricca del mondo ed in un periodo di relativa serenità. sono in salute e  - tutto sommato - sono in salute le persone vicine. ho studiato, avendo la possibilità di ricervere un'istruzione importante, e gli strumenti necessari per andare oltre. però la vita è complessa, alcune cose capitano [tipo la salute di una persona cara] e possono essere esiziali. oppure si possono fare scelte, per quanto in buona fede, che si rivelano essere un po' [tanto] sbagliate. e quindi le cose si intorcigliano. e [ci] si incasina il divenire. fino a scordarsi - tanto o poco - di essere una persona fortunata. anche perché può capitare che faccia buio in fretta, quando non ce lo si aspetta. resilienza è continuare a picchiettare con il martelletto da geologo per trovare dove il suono ciocca di vuoto, il punto più debole. e da lì cominciare a smonticchiar il diaframma e far smettere il buio. resilienza è prendersi qualsiasi stilla di cose facciano bene e farla fruttare appieno. resilienza è cercarla nelle cose meno artefatte e godersene agggggratissssse [come, per esempio, scrivere un post]. anche perché non son altro che le eco più fantasiose delle capacità adattativo-resilienti ci si porta dentro. tipo l'acqua per i cactus, che gliene basta poca. l'acqua serve, ovvio. ma è il signor cactus che poi fa il gran lavoro di farne ciccia per sopravvivere.

insomma resilienza è perché le cose difficili e dolorose accadono, senza siano le ultime. resilienza è quella cosa con cui si può cavalcare i pieni e vuoti di quel che ci succede più o meno accanto. intuendo che è tutto un grandissimo, incasinatissimo, psichedelico - ma per certi versi ed a tratti divertentissimo - groviglio di pieni e vuoti altrui. che son venuti prima e che verranno dopo. e che le istanze mie, di adesso, son state quelle di altri in tempi andati e quelle dei tempi andati miei sono istanze di altri, adesso. è un po' questa complessità qui. in cui però, con resilienza, si intuisce più facile il fatto dell'idea, opinione, consapevolezza, [vuoti e pieni, bui improvvisi e risalite alla luce] altrui. fa un cazzo di fatica, neh?, però dà anche una più che discreta soddisfazione.

con la resilienza si scopre c'è spazio davvero [quasi] per tutti, in modo inclusivo, anche se non sono d'accordo. rimane fuori l'ignoranza volontaria, la violenza, il razzismo, le varie sfumature di fascismo [tutte].
per quelle, come al solito c'è solo una cosa: ora e sempre resistenza.

Thursday, December 14, 2017

sui libbbbbberi e uguali [libbbbbberi e uguali] [libbbbbberi e uguali]

siccome sono sul pezzo mi sovvengono alcune considerazioni sulla notizia che ha deflagrato, in un certo contesto, una diecina di giorni fa.

la nascita di liberi e uguali, dico.

ovvio che la cosa non mi lasci indifferente [anche se ci scrivo sopra quando la notizia è ormai rafferma, tipo il pane dell'esselunga dopo un giorno, ma è un problema mio], perché è la cosa tecnicamente votabile che sta alla sinistra del pidddddddddì, che si è talmente spostato che poi è come dire ci son le praterie. poi, sia chiaro, che arrivi a votarli vedremo. l'alternativa, in questo momento, è non andarci proprio a votare. ma vedremo, appunto, c'è tempo. volendo adattare un concetto che millemila anni fa mi piacque, in altri contesti [i corsi di comunicazioni elettriche e trasmissione numerica], diciamo che è un possibile voto per verosimiglianza.

il nome mi piace, cazzo, almeno quello l'hanno azzeccato. sarà che l'articolo 3 è quello tra i più emozionanti, per me che non ne capisco granché. perché 'sta storia che la Repubblica debba "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini" mi pare la più imprtante e giusta azione perequativa si possa mettere in atto. di più: è quello che a mio ignorantissimo modo di vedere è la tensione alla giustizia sociale, la più alta di tutte. tensione, nel senso dinamico. che vi si deve volgere. si sta in moto per. dà senso, orizzonte, direzione.

vabbhé. divago.

peraltro ho leggiucchiato di alcuni che ragionavano sullo iato tra uguali e liberi vs liberi e uguali. i soliti marxisti. al netto che preferire una o l'altra dà un'idea della formazione di fondo. io ovvio preferisco liberi e uguali. perché ugualianza prima della libertà è che qualcuno/qualcosa decida che io debba essere uguale, quindi libero. e invece, fintanto che non saremo liberi di vivere le nostre unicità, non avremo la possibilità di scegliere di saperci uguali nei diritti di ciascuno e delle possibilità devono essere dati a ciascuno.

non sono del tutto entusiasta della necessità di trovare un front man da mettere nel nome del logo. ma è [mia] questione antica. e sono io quello fuori dalla norma - forse quello sbagliato. sarà che forse è uno degli elementi più pervasivi del lascito caimanesco/berluscazziker: quello ci debba essere un leader il cui nome va sulla scheda. anni fa discussi con l'amico itsoh su questo dettaglio. peraltro si interloquiva del fatto di avere una figura omologa per sel con il nichi nazionale. non mi convinceva si dovesse concentrare su di una figura il portato di un parco di idee. lui - itsoh dico - non ci vedeva nulla di così reprovevole. forse è anche per questo che non ha l'itterizia per il suo segretario, che porta a livelli iperuranici quel concetto [e anche per questo me lo fa amare come l'itterizia].

peraltro anche l'investitura, per acclamazione, di un personaggio chiamato a coprire mediaticamente un tassello non mi ha fatto venire la pelle d'oca dall'emozione, a voler cercare un eufemismo. è quasi sembrato che il presidente del senato abbia cominciato ad esprimere una certa visione delle cose ed hooop, toh, che caso: c'è libbbbbbbbberi e uguali da presiedere.

peraltro, il lider, è stato certamente un encomiabile magistrato, è persona degnissima. ha fatto stracazzo bene il suo lavoro. ma è così certo possa far altrettanto bene il lider? nel senso più ampio e alto del termine. nel senso che può essere benissimo così. ma anche no. e soprattutto: ci si deve fidare. però io ormai ho smesso di fidarmi. vorrei capirci meglio di mio. anche perché le sòle le colgo abbastana in fretta. non che debba esserlo lui, ci mancherebbe, anzi. magari dà della biada a tutti. ma al limite lo scropriremo solo vivendo. e 'sta cosa non è che mi lasci del tutto tranquillo.

ho una sottile, vaga, incuneanete sensazione che l'epos fondativo sia un po' traballante. e quindi chissà cosa potrebbe venir giù. o quando, o come. lo scopriremo solo andando avanti. poi magari nella mediocrità sovrastrutturata [e iper-egotica] degli altri farà anche un figurone. per ora non resta che [mediaticamente] sperare. anche se il sergente lo russo/abantuono diceva in mediterraneo che chi vive sperando muore cagando.

il logo mi piace. per quanto le foglioline ricordino un po' emergency [quindi una bella associazione ed impatto emotivo]. però emergency è un'altra cosa. ed in fondo è bene rimanga un'altra cosa. l'amaranto è una bella paraculata per non scartare in cose troppo rosse.  

poi, ça va sans dire, il presidente del senato dovrebbe dimettersi, perché lider di un partito. semplice. ma forse per loro è già cosa complicata. oppure lo sanno, e se ne fottono.

[ma la domanda è: e forse li voterei anche? ecco, dà l'idea di come percepisca il resto e di come lo consideri. cose così [udpt nel rileggere il post, considerato l'abbia terminato mentre me si chiudevano gli occhi dal sonno e sapendo che così sarebbe stato infarcito di refusi. non ricordo del perché abbia messo questo inciso, né cosa in fondo significhi]].
[d'alema non comanderà, come ha ironizzato sarcastico il suo successore, in termini di egotismo politico: renzi dico. d'alema, al limite, deciderà quando spaccare e far venir giù tutto e ci proverà. come peraltro ha fatto nelle circosante in cui a decidere per davvero non era lui. baffetto, in fondo, è fatto così].

Friday, December 1, 2017

piccolo intermezzo lamentoso

oggi ho rosicato. è un'esperienza tutto sommato nuova. cerco sempre di lasciarla lontana questa sensazione di inutile ombelischismo. non tanto per l'ombelichismo in sé, ma perché poi vai a guardare quello dell'altro.

ho rosicato. perché una persona ha vinto una sua personalissima sfida. e se questa persona ti sta pure sui coglioni, la cosa non aiuta. e ho la sensazione faccia molto volpe e uva la mia razionalizzazione che io una sfida non l'avessi in essere. o che non fossi in una sorta di competizione, seppur mai dichiarata, seppur mai accettata - più o meno in modo vestigiale. di più: che non avevo mai ammesso esistere, con la scusa del mio spirito competitivo ormai perso chi sa dove. e invece, forse, è proprio la storia del perdere. più facile rinunciare alla sfida, così non si perde. e si fa pure la figura rassicurante degli atarassici.

il fatto è che perdere bene è fottutamente una cosa da grandi. anche perché significa essere capaci di rinunciare a vincere. io non so se ne sono capace. non mi metto nemmeno alla prova.

forse è 'sta roba qui. la solita paura di mettersi alla prova.

non per altro stavo prendendola come scusa, questo rosicamento, questa vittoria altrui, per rinunciare a prescindere ad un altra di piccola sfida nel mettersi alla prova. in tutt'altro ambito, ma sempre mettersi in gioco era. confrontarsi, gareggiare. di più- con perfetto ribaltamento ho pensato si stesse muovendo tutto meccanicamente in maniera un po' perfida, per infilare quella combinazione di situazioni acciocché io possa lamentarmi. perché le cose inanellano casualità che frustrano i tentativi di andare oltre questo contesto, quasi che non possa pretenere di desiderare [ben] altro.

non è stata un bella giornata. a tratti mi son visto ontologicamente un piazzato, se non perdente. o quello giusto che è nel posto sbagliato al momento giusto, o nel posto giusto al momento sbagliato. o quello che ha preso la strada sbagliata, e chi se ne fotte dell'entusiasmo che ci si è messi pensando fosse quella giusta.

insomma. tutte 'ste cose qui. pensando solo a tratti la cosa più ovvia: che in fondo non so bene neanch'io cosa desideri. e lo sto cercando un po' di qui, e un po' di là, ed un po' sotto, ma anche sopra. da tutte le parti mica si può andare. così è la fatica e una lentissima riuscita a venirsene fuori dalla stasi delle cose. nonostante viaggi leggero [forse].

non è stata una bella giornata. per quanto non posso dimenticarmi, davanti ad una pagina di blogggghe sbrodolata di parole, di quanto sia stata questa la cifra stilistica di un sacco di giornate contigue, in tempi indietro.

il problema non sono le giornate che non sono belle. quelle capitano al di fuori di noi: in tutti i sensi. il problema, al limite, è quando ci si ritrova soverchiati.
quindi ci penseremo da domani, a vedere se sarà così.

financo sereni ed ironici, se ci si riesce, di essere ad un punto dai campioni.
[e si vinca solo in sogni stroardinari].

anche se oggi ho rosicato.

Monday, November 27, 2017

cucccccuruccccccuuu, paloma, e gli auguri che non dimenticai

roba di quale miGlione di anni fa. potrei dire un cazzo di quarto di secolo [cazzo. cazzo. cazzo. si invecchia], come oggi.

invitai l'amica simona al politecnico. non era la prima volta, che in quelle settimane. non il politecnico, dico, quella era la prima volta al politecnico: intendo gli inviti all'amica simona. quella sera come oggi c'era battiato che parlava nella S02, vai a ricordarti chi avesse organizzato l'incontro e con quale tema. battiato, al politecnico, figurarsi.
[quando mi è tornato in mente 'st'episodio mi è sovvenuto fosse un venerdì. però poi ho pensato che era strano che di venerdì sera io me stessi ancora a milano. quelli erano gli anni in cui uichend significava tornare all'hometown, convintamente. più che per babbo e mamma era per rituffarsi nel contesto uterino oratoriano. con tutte le sue dinamiche un po' perverse ed asfissianti, a cominciare e finire dal prete oratoriano. che ancora non ho capito quanto pervasivo è stato il suo influsso, acciocché io sia poi finito per sminchiare un buon numero di fondamentali negli anni a venire, soprattutto in ambito sentimentale-affettivo. ma tant'è. è andata così. e non so quanto quell'esperienza mi abbia strutturato in un modo per cui tendo ad essere [moderatamente, ovvio] praud e quanto invece sia stata un'esperienza castrante. ma tant'è, di nuovo, è andata così.
comunque poi ho fatto i calcoli a mente, e continuava a tornarmi dovesse essere un venerdì. poi ho controllato sull'internette: ed in effetti era venerdì. quindi, per quanto fosse strano, era un venedì sera ed io ero a milano. qualcosa doveva avermi trattenuto colà. forse era battiato al poli, forse era per invitarci l'amica simona].
infatti.
dicevo.
l'amica simona.
non era la prima volta l'invitavo. avevo iniziato col planetario. cercavo cose un po' sui generis. io mi sentivo un poco imbarazzato. un po' perché son sempre stato piuttosto impacciato, allora ancora peggio. un po' perché avevo la sensazione che l'amica simona fosse financo contenta di essere invitata. e fosse molto più sul pezzo, centrata nel momento in cui si magnificava l'evento per cui era stata invitata. sì, insomma, avevo impressione sapesse cosa volesse. poi forse aspettava un mio cenno. una qualche mia scintilla proattiva, che andasse oltre alcuni miei imbarazzanti approcci, cervellotici e intimiditi, con uscite un po' grottesche ed un po' esilaranti. spesso ci ospitavamo vicendevolmente [allora stavo in una casa fichissima, in un luogo fichissimo. non avevo del tutto contezza non mi ci sarei più potuto avvicinare ad una magione simile]. poi la ri-accompagnavo a casa sua, e salivo da lei a prendere una tisana. le sue coinquiline in breve tempo si eclissavano. e si rimaneva da soli in cucina. dove ovviamente continuavo solo a parlare. una volta mi disse che lei in casa a volte non utilizzava il reggiseno. credo di aver lasciato cadere l'argomento. già. anche perché non so quanto - quand'anche mi fossi deciso, ed avessi capito che non avevo intuito male - avremmo potuto prendere quello che verosimilmente desideravamo. un po' per le castrazioni. un po' perché ci avevano detto che bisognava andarci lenti, e cogliere i doni dell'altro solo a tempo debito. [beh, sì, in effetti sono castrazioni queste, già detto.]
io non mi decisi perché forse mi cacavo in mano. forse perché non provavo quell'innamoramento sbandevole e sturmunddranghistico che mi immaginavo dovesse essere. almeno a seguire certi paradigmi con cui mi ero imbellettato il cervello in quegli anni. e che per altre provavo, con struggimenti inenarrabili, per il semplice fatto non mi cacassero. ero così, banale, nella mia cervellotica illogica complicazione: se non ci si struggeva perché rifiutati, significava non c'era amore.

poi ovvio che uno ad un certo punto ha bisogno di odg.

comunque. quella sera, mi piace ricordare, l'amica simona indossava un belissimo cappotto verdone. la slanciava, le stava bene, era molto donna in quel cappotto verde.
l'aula S02, invece, era un po' anonima. e battiato si mise nel centro della cattedra. e cominciò a raccontare. non ricordo granché.
tranne che ad un certo punto raccontò di come fosse stato chiamato a far da padrino ad una cresima. ed il vescovo avesse voluto parlargli, prima della lieta cerimonia sacramentale. per spiegargli e sincerarsi - raccontava battiato - avesse compreso il senso di quella celebrazione, il senso dell'essere padrino, il senso di star accanto al cresimando nel momento in cui sarebbe sceso lo ssp [spirito santo paraclito], invocato con apposita preghiera, specifica e prevista nel punto cogente della liturgia, e presente nel rito di solo quella liturgia.
e fin lì, tutto mi tornava.
quello che non mi tornò fu il commento di battiato tra lo scettico e l'irriverente: ma come, davvero devo credere a 'sta storia dello spirito che discende e fa tutte quelle cose? davvero è necessario perché io debba fare il padrino? siete proprio convinti di 'ste cose qui? o mi prendete per il culo?
un po' mi turbò la cosa: ma come? quello del e ti vengo a cercare, quello dell'emanciparsi dall'incubo delle passioni [poche e contrintissime pippe, molto imbarazzanti da confessare, peraltro], quello del cercare l'uno al di sopra del bene e del male che fa come l'eremita per tornare a te, quello dell'oceano di silenzio che scorre lento, senza cenro né principio.
cioè, proprio lui, con quell'irriverenza iconoclasta?
com'era possibile arrivare a cantare quel genere di profondità, di ispirazioni, di intuizioni, di bellezza senza credere nel dio in cui tecnicamente, credevo io? e tutti gli ammennicoli rituali che ne conseguivano: ssp compreso durante una cresima.
non ricordo come risolsi la distonia. distonia peraltro un po' solipsistica, come se il centro di tutto quello che sapeva - vagamente - di trascendente - di più - di non immanente, dovesse avere il copirait della chiesa cattolica. quasi mi faccio tenerezza, a pensarci adesso.
non penso ricorsi ad occam, che ancora non conoscevo: la soluzione più semplice, è quella verosimilmente più giusta [per quanto avessi la struttura neuronale pronta a superare, financo con nemmeno troppo sbadtimento, l'eramo di analisi tre, da lì a poco.].
non mi pare ne parlai con l'amica simona, nel suo fascinantissimo cappotto verde.
non ricordo se e come la unii al pensiero che dovevo tornare a casa e telefonare a mio padre, che quel giorno, come oggi, compiva gli anni.
telefonai. mi rispose mia madre, quasi tirando un sospiro di sollievo: ti avevo cercato per ricordarti di telefonare per far gli auguri a tuo padre, sai che ci tiene.
e ricordo anche lì una certa distonia: ma come? come avrei potuto dimenticarmi e non chiamarlo? nonostante fossimo timidamente un po' estranei l'uno con l'altro. nonostante non ci fosse questo rapporto così profondo: ero notoriamente un complicatone che lui non capiva, ed io per sottrarmici ero un buon attore di me medesimo, e recitavo complicazioni che non so quanto avrei voluto in effetti avere. mi sembrò stranissimo. e mi dispiacque che avesse potuto pensarlo. ed un po' forse mi sentii anche stronzetto a mia insaputa ed ex-ante. per tutte le possibilità che in fondo avevo negato e avrei negato da lì per altri tredici anni.
e niente. ce ne si rende conto spesso solo dopo.
complice che uno cresce.
e gli artefatti li lascia lungo la strada. orpelli inutili.
e quindi niente.
auguri.

[e comunque l'amica simona, dopo un quarto di secolo, continua ad essere un donna fascinosissssssima, oltre che brillante come lo era allora. è madre ironicamente felice. superò l'esame di logica con trenta e lode. ma ora fa un bel lavoro, credo, in cui mette buon uso i suoi talenti, soprattutto in termini di intelligenza emotiva e sociale.
naturalmente si è meritata tutto, colle sue manine.
ad ascoltarla parlare, ancora oggi, non si può non notare la sua erre tra il moscio e l'arrotato. per questo non ama cantare il primo verso di 'samarcanda'. anche perché credo continui a venirle da ridere.]

Saturday, November 25, 2017

di foglie, di serie di sogni, e salire più su

oggi ho raccolto foglie.
per uno po' era una cosa da leo buscaglia, le distese di foglie a terra, da immergervisi.
poi, giusto quella dozzina di anni fa, le foglie le spazzavo solo. ma non le raccoglievo. era un qualcosa di circolare. come il continuo ritorno a un momento, in mezzo a momenti che non passavano, che tornavano uguali. in attesa di un momento, senza sapere quando sarebbe arrivato, ma sapevi che era lì, che ci attendeva. e spazzavo foglie.

oggi, invece, foglie le ho raccolte. una piccola fatica, mentre il cielo si apriva e le nuvole giocavano a rimpiattino coi colori del tramonto, che da qui si dispiegano solo dall'altra parte del lago [poi uno dice che se ne sta più volentieri giù nella città, in queste stagioni].

raccoglievo foglie. carico dopo carico, a portarle nell'angolo più lontano del giardino, vedevo ricomparire il prato. una cosa con una sua metrica e una sua velocità - lenta. son soddisfazioni anche quelle. e piccole cose belle. specie in un uichend, fottuto, che in potenza avrebbe dovuto essere uno di quelli più tosti. quelli che dovrebbero portarti ad essere contento è passato.

raccoglievo foglie. e ascoltavo le musichette nelle mie cuffiette, mentre ammucchiavo foglie, le raccoglievo e le portavo nell'angolo più lontano del giardino, ed il prato ricompariva.

ad un certo punto, nella sequela dei brani nelle cuffiette, ha cominciato a suonare una serie di sogni. l'avevo regalata qualche montagna di mesi fa. assieme alle altre canzoni dell'album in cui il deGre canta dylan. e che non avevo ancora ascoltato, che non conoscevo [d'altro canto la mia ignoranza è sconfinata].

e non so. sarà stato il cavalcare dell'incedere ritmico. le sonorità calde delle chitarre. quei tre accordi che subito ti avvolgono. e il primo verso: pensavo ad una serie di sogni, dove niente diventava realtà. mentre ammonticchiavo foglie provavo ad intuire come potesse evolvere il tema armonico, e me lo cantavo, mentre ascoltavo. tutto resta dov'è stato ferito, fino al punto di non muoversi più.

e se il degre-dylan mi fanno un crosssssse di tal fatta, poi ovvio che mi parta il pensiero alle serie dei miei di sogni. e che ultimamente mi stanno raccontando cose cariche di attenzioni. [nel loro laocoontico attorcigliarsi. che l'amico luca mi canzona, sui miei sogni. ma in fondo mi piace a farmi canzonare così].
insomma una serie di sogni. che odg ascolta sempre con [più] attenzione quando gliene parlo. solo che ormai sistematica mi chiede: cosa ne pensa di questo sogno?
e in queste serie di sogni, spesso, cosa ne penso mi vien fuori un po' inaspettato, senza averlo meditato prima, nel roteare della realtà delle cose di questi ultimi tempi. e può capitare che le spunti il mezzo sorrisino, quasi soddisfatta, come abbia pensato pure lei la stessa cosa.
e la cosa si carica tutta di una sua metrica, ed è sensazione bella. niente da dover dichiarare, niente dogana, niente formalità. e mi viene anche un po' di groppo in gola, quella specie di commozione che vibra da dentro. un po' stupita come quando chiudi l'ombrello perché improvviso ha smesso di piovere, e si apre il cielo. cose così.

poi, ma solo solo alla fine del raccogliere le foglie, mi è sovvenuto che proprio oggi sono trentaseimesi che ho saputo di avere un lavoro. che allora un po' mi cacavo un po' sotto. e sapevo che non era la cosa che faceva per me. ma non era il caso di far quello troppo difficile. ed il fatto è che a parte le trentaseifatture, e i conti messi in sicurezza, ho scoperto cose che non sapevo. cose di me, dico. cose che non so se avrei sospettato potessero venirmi fuori così. roba che ora non voglio scappare da lì. anche se posso andare. e che i sogni, in fondo, me lo raccontano.

e quindi, senza cercare troppe risposte, senza troppe perplessità. si ha da andare [anche] molto più lontano. e ancora più su. [pensando a dei sogni così].