Sunday, June 18, 2017

il biglietto del traghetto, e tutto quello che è venuto dopo

un anno fa - giorno più, giorno meno - scrissi un post. uno di quelli lamentoso-giaculaotori. fu al termine di un uichend emotivamente molto pesante, di rimando. scrissi di tristezze e insoddisfazioni per riuscire, finalmente, a buttar fuori tutto quello che avevo finto di non essere e di non provare. anche per quel uichend in cui mi ero posto così apparentemente sul pezzo, e pregno, e deciso. ottima finzione. solo che poi dopo, 'ste cose, solitamente le pago. difatti mi venne quel post.

l'inizio di quel uichend ero stato alla festa della radio. che per le beghine c'è radio maria. io ho radiopopolare. ma le solitudini che va a colmare non sono così diverse. ci andai da solo. faceva freddo, relativamente per quel periodo, spiacevolmente fresco. ascoltai un paio di dibattiti, un po' smarrito in mezzo ad un sacco di gente con cui mi sentivo comunque un po' estraneo. ascoltai un concerto. poi arrivò l'amica paola, con persone conosciute fuori alle casse, e di cui aveva già i numeri di cellulare. e mi dovetti sorbire pure questi suoi nuovi amici, che verosimilmente poi non vide più. poi quasi ci scazzai, con l'amica paola.

poi lo scazzo più importante arrivò due giorni dopo, la domenica. che è solitamente il giorno della festa in montagna nel bel mezzo di giugno. e tutto il portato emotivamente pesante. la festa si fa di domenica. la scalata dell'ultimo sabato di gennaio si fa di sabato. che è l'ultimo di gennaio. però quello mi è sempre piaciuto a prescindere. sono le cose di domenica ad essere più impegnativi. e nemmeno tutti gli anni. l'anno scorso non era in quel nemmeno. anzi.

poi iniziò un estate triste. a tratti autolivorosa. sentii di colpo i diciannove mesi senza far praticamente ferie. ed in parte scoppiai. travolto da passione che non riuscivo ad esalare. tutto mi sembrava compresso e senza senso. percepivo una specie di foschia di fondo. ad agosto mi sembrò di tirare un po' il fiato. semplicemente perché c'era meno gente attorno a me: al lavoro [senza il responsabile tutto sembra più leggero], in città. presi un mezza scuffia di disperazione, quasi per riflesso pavloviano [qualche post su di lei c'è, qui addietro]. quando le vedevo le primissime volte mi chiedevo se era molto timida o molto supponentemente non corteggiabile, stizzosa. non era la prima opzione. non si degnò nemmeno di rispondere ad una prima, banale, suggestione.

non ricordo un giorno lieto o che si approssimasse, anche molto da lontano, alla felicità. se non il giorno in cui si sposarono l'amica liude e l'amico luca. inizio ottobre.

poi venne un pessimo autunno ed un inverno lungo. ebbi la sensazione, in alcuni momenti, che sarei venuto giù del tutto. d'improvviso.

a parte il capodanno - peccato per la febbre dell'amica liude - fu un gennaio se possibile ancora più duro. ne avevo i coglioni pieni per tutto.
scrissi un racconto, volevo - brutta cosa il revanscismo - prendere come elemento negativo la tipa di cui sopra, quella del falso pre-innamoramento pavloviano. per una serie di coincidenze alla fine mi sembrò un cacata. avrebbe dovuto finire su una specie di pubblicazione vera. non ho mai terminato la ri-edizione dopo l'editing. quasi mi sentissi del tutto inadatto anche solo a pensare potessi scrivere qualcosa.

spensi il telefono per due giorni, a ridosso del compleanno, tanto per cambiare uno dei più tristi che ricordi.

mi sentivo bloccato, incapace di agire, ingolfato, un gommoso ed asfissiante cul de sac.

ho iniziato a frignare spesso con odg. quando sentivo venir meno la volontà di darmi una mossa. o forse per far uscire la dis-sperazione che mi sembrava attanagliarmi.

insomma. una trafila di cose così.

poi, verso maggio, le cose mi son sembrate un po' più lievi. non è successo nulla di particolare. solo che tutto mi sembrava più lieve.

la settimana scorsa c'è stata ancora la festa della radio. meno imponente dell'anno prima. ma con le stesse solitudini. la prima sera, mentre ci andavo, ho infilato la mano nella giacca che avevo appena cambiato. e che indossavo nonostante la temperatura decisamente più calda, piacevolmente calda. ci ho trovato un biglietto del traghetto. guardo la data. è esattamente di un anno fa. ricordo quel viaggio. ricordo una foto che scattai e che inviai prima dello scazzo.
l'ho guardato. e mi è sembrato di guardare una cosa da fuori. come se in fondo a tutta la trafila ci fosse una bella riga, a consuntivo. che per quanto - percettivamente - negativo, è un consuntivo. roba che si coniuga al passato.

ho strappato il biglietto. l'ho buttato nei cestini della carta della radio, mentre me ne uscivo dopo la prima serata. solo, come sempre. ma va bene uguale.

oggi sono di nuovo salito in montagna. è domenica. ed ho ribadito che le feste sono di domenica. però le bedvaibrescion dello scorso anno non c'erano. senza che sia successo nulla. ma non c'erano. ne le mie, né quelle di matreme. che poi è il fottutissimo rimando di cui comunque un po' sarei anche stufo. non so perché. non so come mai. ma in fondo me ne stracafotto. tutto è parso con molta più levità. anche i momenti di relativa noia. mentre attendevo di ripartire verso valle. la giornata è andata. ma non c'è la sensazione di cosa pesante passata. che rende tutto più leggero. no. oggi la levità è stata più ontologica al divenire.

ho fatto delle foto. anche il condividerle si è portato dietro sensazioni diverse.
un po' voglia di star meglio. è già una conquista anche questa cosa qui.

Sunday, May 28, 2017

Pioveva, cazzo se pioveva il ventottomaggioduemilasette



Fosse stato un matrimonio si sarebbe detto: sposa bagnata sposa fortunata. Senza il benché minimo appiglio ad una qualche logica stringente. Ma tant’è. Non era un matrimonio, bensì un consesso aziendale, ed in fondo si stava stipulando un contratto tra persone atte ad adoperarsi per un fine comune: oltre a quello ultimo di far profitto, creare impresa, azienda. E quel giorno di dieci anni fa esatti cazzo se pioveva. Io lo presi come un segno di presagio: sarebbe stato cazzo dura, ma alla fine non può piovere per sempre, e ne saremmo usciti. D’altro canto, non c’erano spose bagnate, perché non era un matrimonio, anche se di una [doppia] fascinazione dopaminica era il frutto. Quell’azienda l’avevano decisa in due. Si erano messi assieme pochi mesi prima. Due percezioni di sé articolate ed un po’ distorte. Erano in fase dopaminica: è il periodo in cui la maggior parte delle coppie si sente pronta ad affrontare la sfida di una maternità, è funzionale alla prosecuzione della specie. Loro decisero di fondare un’azienda.
Lei mi propose di farne parte. Un po’ per l’amicizia, un po’ perché avevano bisogno di una figura come la mia. Quando me lo chiese ebbi la percezione di toccare il cielo con un dito. Mi sentii un privilegiato: poter finalmente lavorare con lei. Oggi rimango perplesso riguardo al me di quegli anni, e di quanto fosse distorta la mia percezione di lei, e dell’abbaglio totalmente spiazzante di cui rimasi abbacinato. Al netto della mia poca autostima, ovvio. Non ero una persona del tutto sprovveduta, ero già la fottuta testa di cazzo che sono – anzi, forse di più - soprattutto in termini di selezione – stringentissima- per le persone per cui provare stima. Volevo il meglio. Lei era tra quelle, pensavo.
Accettai. Senza riserve e senza pormi troppi dubbi. Se me lo chiedeva lei non poteva che essere una cosa che mi avrebbe dato un sacco di soddisfazioni. Giusto quei sottilissimi dubbi, istintivi, verso un paio di personaggi della compagine: ma in fondo chi ero io se non il più giovane ed inesperto? Dovevo mettere a disposizione la mia tecno creatività, le mie risorse, la mia capacità di imparare cose nuove “tecniche”. E dovevo confermare quello che lei disse agli altri: è un ingegnere, ma vi stupirà per la sua vena e la sua sensibilità artistica. Garantiva per me, non potevo certo deluderla.
Accettai. Pensai che la mia vita professionale stava per imboccare la svolta definitiva. Per non dire sarei stato finalmente addentro ad un certo tipo di relazioni “milanesi”. E non potevamo che andare verso magnifiche sorti e progressive. Grandi soddisfazioni ci aspettavano. Con il corrispettivo ritorno economico. Quante volte, da lì a pochissimi anni dicevo cose del tipo: quando l’azienda ingranerà definitivamente farò questo e potrò permettermi quest’altro.
Accettai. Quel giorno cazzo se pioveva. Alla fine quel giorno venne fuori un po’ all’improvviso: la combinazioni di eventi, persone in visita, notai a disposizione per firmare l’atto costitutivo. E firmammo, in un palazzo del complesso delle costruzioni svizzere. Tra i giardini di porta Venezia e corso Manzoni. Firmammo dopo un’estenuante spiegazione punto punto al notaio della ragione sociale e l’ambito di attività. Preciso, il notaio, come uno svizzero: voglio esser certo di aver capito bene, volete fare cose troppo nuove per quello che posso intendere - diceva. Mentre fuori pioveva, cazzo se pioveva. Il presagio sarebbe stata dura. Ma alla fine ce l’avremmo fatta.
Alla fine non ce l’abbiamo fatta per un cazzo. E non perché quel giorno pioveva, ovvio. E non solo e non soprattutto, perché di lì a poco – poco dopo quel ventotto maggioduemilasette - avrebbe deflagrato la più grande crisi economica dalla fine della seconda guerra mondiale. Ce lo raccontavamo e lo raccontavamo i primi tempi. Quasi a giustificarci. Non ce l’abbiamo fatta. Nonostante la fatica, la difficoltà, le rinunce, i soldi investiti e soprattutto quelli non guadagnati in quegli anni. Non so come ci si senta quando finisce un matrimonio, o una storia importante. Ho ragione di intuire in maniera non troppo diversa.
Poi si riparte, ovvio. Anche con il lavoro di togliersi di dosso il senso di fallimento. Forse un bel passo avanti sarà quando lo decreteremo – tecnicamente - il fallimento.

[continua]

Saturday, May 20, 2017

20 maggio senza muri, oggi

a parte che il ventimaggio è una data che mi è sempre piaciuta. per quanto gli effetti positivi legati a quel giorno che non hanno avuto effetti così duraturi. però ci furono.
comunque.
ed oggi sarò in manifestazione. che mi sembrava così connaturale fosse organizzata proprio oggi. esattamente come il venticinqueaprile, che è così naturale sia in mezzo alla primavera ormai acclarata. come se qualcosa avesse scelto proprio quella data di quel periodo per far finire una cosa così orribile.
comunque.
oggi sarò in manifestazione un po' come quando vado a quella del venticinqueaprile. in termini di compartecipazione emotiva e di ideali che la animano. [poi, verosimilmente, ci andrò solitario in mezzo ad una fottia di gente. che non so quanto riuscirò a non sentire un po' estranea. ma questo è un altro discorso].
comunque.
andrò in manifestazione con una intuizione che non so quanto renderò mai pratica [forse mai], alcune idee molto chiare e nette, ed anche con una piccola dose di potenziale ipocrisia.
provo a dettagliarle, dettagliandole all'incontrario, cercando di ammonticchiare una specie di climax ascendente.
la piccola dose di potenziale ipocrisia è che non so quanto mi sentirei così coinvolto in altre situazioni. sono una persona fortunata, nonostante i miei blocchi, le mie buchette, le mie imprecisioni e cose che mi stanno zavorrando. ma vivo - ad esempio - in una bella zona, che mi piace, borghese, posso continuare a farlo e voglio continuare a farlo. sono una persona agiata, al netto del fatto che tante altre persone sono più agiate di me. non vivo problemi seri e gravi. non mi manca nulla che mi permetta di vivere dignitosamente per quello che reputo sia il vivere dignitoso. posso permettermi di fare il solidale, quello che ha abbastanza energie positive da rivolgere alle istanze che trovo inclusive, che fanno crescere l'intelligenza collettiva, che guardano oltre al benessere di quante più persone possibili, magari a partire da quelle più "bisognose" [con tutte le virgolette del caso]. però mi sono sinceramente chiesto come sarebbe e come mi comporterei, se fossi costretto in altre situazioni: logistiche, abitative, contestuali, esistenziali che in fondo non mi sarei scelto e che subirei. e so che in questa situazione ce ne sono tanti, proprio tanti, magari pure migliori e meritevoli di me. e tra i tanti che dicono "non sono razzista però" ci sarà pure qualcuno che inizia con quella frase cripto-razzista soprattutto perché la complicazione dell'esistenza li porta, più o meno inevitabilmente, a guardarsi solo il proprio ombelico, o soprattutto quello.
l'idea netta è semplice nella sua complessità epocale. la migrazione di popoli è qualcosa di connaturato al fatto di essere umanità. e in questo periodo, come in altri periodi della storia dell'umanità, è qualcosa - appunto - di epocale. non è un'emergenza [e in questo la classe dirigente politica mostra - non tutti ovvio - dalla misera mediocrità ad una merdosissima faccia]. e le cause sono talmente complicate da risolvere che è inutile, oggi, pensare di rimuoverle o mitigarle. sarà uno sforzo epocale anche quello. punto. è un po' - in miliardesimi e in logica negativa - come la vocazione maggioritaria del pidddddddì: oggi in italia non si può, punto. occorre adoperarsi per cogliere le opportunità di questo fenomeno. a partire dall'idea che l'integrazione e l'accoglienza sono inevitabili quanto necessarie. per quanto complessa è la sfida che questo sottende, chiaro. un po' per il contesto un po' per il fatto si debba crescere in intelligenza collettiva, come popolo. gli olandesi capirono, secoli fa, che non si può combattere col mare, specie se sei una depresssione: alleati e sfruttalo a tuo vantaggio. non è stato semplice, suppongo, e come probabilmente potrebbero confermare gli olandesi. ecco: io oggi voglio essere parte di quell'idea semplice nella sua complessità epocale. perché è qualcosa - di nuovo - che farà crescere l'intelligenza collettiva e sociale. perché posso permettermelo, e poiché posso permettermelo voglio farlo. perché tutta la fatica che ho fatto per divenire quell'abbozzo di caso e di coacervie disperatamente ottimistiche che sono, mi porta a fare questo. punto.

nel mio paese nessuno è straniero.

[aggggià, ci sarebbe l'intuizione che non so quanto renderò mai pratica [forse mai]. ma d'altro canto lasciar i post aperti è financo divertente...]

Saturday, May 13, 2017

a climax discendenti

mi è venuta questa associazione. impropria, decisamente. però mi è venuta.
lessi in un libercolo di storia contemporanea - ce lo fecero acquistare in seconda superiore come libro di testo, non ci studiai sopra granché. però lo ripresi in mano qualche anno dopo. scoprendo cose interessanti. tipo che il fascismo prese il potere a tempo ormai quasi scaduto, nel tempo che lo aveva fatto nascere ed iniziare a crescere.
cioè.
il primo immediato primo dopo guerra scombussolò un'intiera [giovane] nazione. forti tensioni sociali, instabilità politica, grande incertezza per l'avvenire.
nazione che aveva pagato un tributo altissimo di vite [nonché l'aviaria che impazzò subito dopo fece più vittime del conflitto], i costi importanti della guerra anche per i vincitori, svalutazione della lira. va bene gli entusiasmi immediati della vittoria, va bene il proclama di diaz e la storia della risalita in disordine su per valli di quel che rimaneva di uno degli eserciti più forti del mondo, valli che avevano sceso con tanta sicurezza e arroganza tre anni prima. va bene trento e trieste che si muore per. però il paese era in ginocchio, il futuro incerto, la classe politica mica tanto capace di cogliere il rebound epocale, i socialisti che vedevano lì lì il sol dell'avvenire della rivoluzione e la dittatura del proletariato.
insomma. un troiaio.
uno degli effetti di quelle incertezze su il nascere delle squadracce fasciste. e la menata della vittoria mutilata, e l'esigenza dell'uomo forte che rimettesse tutto a posto. la prima azione violenta fu nel '19. reduci di guerra, studenti del politecnico, assaltarono la sede dell'avanti. mica cotiche, gli studenti irredenti futuri ingegneri.
certo erano un po' maneschi questi in camicia nera, però erano per l'ordine e la sicurezza. davano garanzie. un argine per i rossi. insomma. un certo potere costituito, la reazione che non muore mai, li scambiò per utili idioti per tener sul chi va là i facinorosi. tanto quei neri li avrebbero gestiti, riassorbiti, ammansiti, al limite introdotti pure nella gattopardesca melassa parlamentare. dove chi tirava le fila era più o meno sempre lo stesso.
ed il climax stava effettivamente scemando nel '22. quindi i fascisti servivano meno. alcune istanze stavano tornando negli alvei, o comunque sembrava si potessero gestire. i socialisti massimalisti si erano scissi. era nato il partito comunista d'italia. in due facevano meno paura. anche perché cominciarono da subito a scannarsi fra di loro. e la rivoluzione ormai non sembrava riuscire ad uscire dai confini russo-sovietici. insomma: le cose andavano a riprendere il loro normale corso. tutto sotto controllo.
ma come? proprio ora che non erano più necessari questi decidevano di marciare su roma? non era un po' pericoloso? qualcuno abbozzò, che venissero. tanto li avrebbero facilmente assorbiti. qualcuno pensò che forse era il caso di mostrare i muscoli. c'erano i cavalli di frisia già pronti per sbarrar loro il cammino. magari in maniera un po' cruenta ma alla bisogna si sarebbero potuti fermare. il crapone, che a roma ci arrivò in treno, comodamente, poteva anche evitare il disturbo di partire. oppure sarebbe l'avrebbero fatto tornare indietro.
invece il re nano, pusillanime, non diede l'ordine. un'onta che - giustamente - non gli si sarebbe mai levata di dosso. sarebbe bastato un poco di risolutezza. e probabilmente ci si sarebbe risparmiati il ventennio, la dittatura, l'abominio delle leggi razziali, forse anche la guerra per come è stata la seconda guerra mondiale. re nano vigliacco.

la storia, ovvio, non si fa con i se. però ho pensato a questo.
perché ho accompagnato questo parallelo alle mie buchette. un rapporto di parecchie centinaia di milioni (la storia, tragica) a uno (me medesimo). forse un parallelo da grandissima cacata fuori dalla tazza.
però ho pensato che ultimamente

sono titillato in una sorta di autonarrazione di nevrosi, di ossessioni, di inadeguatezze. di cose che una si direbbe anche: ma che cazzo, questo è da soccorrere, mica da accoppiare. e ci sono momenti in cui mi chiedo se riuscirò, veramente, a mettermele un po' alle spalle. perché alcuni atteggiamenti sono così da mo. però ho la netta sensazione che fino a non molto tempo fa la pregnanza esistenziale era ben altra. poi sì, piccolo dettaglio, il conto era incapiente. ero tornato a farmi mantenere da matreme. però, cristosanto, io mi sentivo meno appannato. veramente un'altra persona.
però vivo però questa specie di ambivalenza.
che alcuni di questi blocchi. di nuovo, queste nevrosi, queste ossessioni queste istanze da caso umano, in realtà ora me li sto molto racconanto, perché sono [mi] molto chiari, individuati, accerchiati. [io] me ne rendo conto [di loro]. sono lì. ed è come se quella facile evidenza mi aiutasse all'idea che sbrammm, li si può domare. poi, cazzo, è vero. ne ho talmente contezza che li metto come costituivi portanti del mio essere. poi altro che fare sogni da gluuuump [saliva inghiottita con tensione] da parte di odg.
è come se da una parte mi sentissi quasi oltre il climax. anzi, forse intravvedo il climax discendente. ma dall'altra parte vivo anche la paura di non riuscire più ad uscirne. e che le cose non torneranno a risplendere [almeno] un poco di più. tipo prima. ma con un conto corrente capiente. qualche consapevolezza lavorativa in più [là dentro sono - anche - stimato, forse anche un filo di più di quello di cui mi renda effettivamente conto. e so che la stima non dipende quasi per nulla dalle mie abilità tecniche. che da una parte non è che siano così necessarie, in proporzione a quello che potrei fare, né quanto mi fotta, effettivamente, di usarle]. un po' dispero, sul ritorno di un qualcosa di shining [nel senso di brillante e luccicante]. mi ci aggrappo razionalmente. so che le cose potrebbero cambiare. ma lo so in maniera, appunto, razionale. non lo sento come qualcosa che mi strizza le vestigia emozionali. lo sento di testa. non lo percepisco di cuore o di pancia. tipo quella volta, una volta, ma sono davvero molti anni fa, che provai a pensarmi innamorato di una fanciulla in questo modo. avevo anche scelto la canzone colonna sonora. "baci da pompei" [che passi il segno della piena, su questo cuore su questa schiena, che si addormentino gli amanti all'ombra del vulcano [in effetti il principe ha scritto di meglio]]. tutta roba di testa, niente di pancia [o pisello] a proposito di nevrosi da uno che non era del tutto sul pezzo. che si è [auto]sminchiato un bel tocco di esistenza in taluni ambiti. però ora è come se fossero decisamente un po' altro.
insomma.
forse è climax discendente.
però un po' la paura di finire in una specie di pozzo. che magari non è nemmeno così alto. però l'idea di non riuscire ad uscirne.
forse invece manca tanto così. un po' di risolutezza. ed i cavalli di frisia per alcuni pensieri [quelli che si fanno convnzioni. e le cose diventano complicate e pesanti. ma tutto è solo un pensiero].
fermarli.
e a culo tutto il resto.
niente paura.

Sunday, April 30, 2017

ennniente, volevo votare pippo, mi hanno rimbalzato

[avvertenza, post sardonico et politico. nonché polemico e a bassa leggibilità].
e niente.
sono andato a votare alle primarie piddddì. a quelle della volta scorsa, ci andai con la socia, faceva frescazzo, era dicembre, un complesso dell'edilizia social-solidale di via solari, ci passa il 14 nel centro della strada, quei palazzoni con cortili enormi, che t'immagini quale fosse l'effetto con i palazzi attorno, conquista sociale, possibilità di vivere e condividere uno spazio, quel cortilone, essere un po' tutti assieme, classe che in parte pensava di emanciparsi proprio a partire dal vivere lì, che a costruire appartementi, farlo per tante famiglie i costi si abbassano e si rendono accessibili, possono starci lavoratrici e lavoratori, che anche a loro è garantito il diritto di abitare in appartamenti dignitosi e pensati razionalmente. e magari un avvenire migliore.
insomma. quella cosa cooperativa-social-demoratica lì. ora il palazzone è grigio, vecchio, un po' decrepito. triste, oserei dire.
e niente.
sono andato a votare. ho chiesto perché sulla scheda non era indicato pippo, [bah]civati dico.
mi hanno guardato in tralice. solo che voleva dire: ma che minchia dici? pippo? non è mica candidato, ci fai o ci sei? doveva essere un sostenitore di orlando, che poi sarebbe un ministro del governo renzi I e renziVestigiale I che si batte contro renzi [semicit]. un altro non ha fatto in tempo a guardarmi perché se n'era già andato, ancora prima della fine delle primarie. credo fosse un sostenitore di emiliano. un altro mi ha sguardato [sì, sguardato, non è un refiso, al limite refiso è un refuso, anzi: quasi un metarifuso]. ed io ho avuto la sensazione mi sguardasse col sopracciglio fastidiosamente alzato, entrambi i sopraccigli. e lui proprio me l'ha fatto capire con quello sguardo da superiore: quel facinoroso, ce ne siamo fatti una ragione, pusillanime traditore, roba vecchia, [auto]esiliata, rottamata, pensare che era pure venuto alla prima leopolda. tze. la sensazione è che fosse un sostenitore del vecchio nuovo segretario [o vecchio nuovo, non saprei].
mi è presa una gran nostalgia per la volta precedente. non tanto per il periodo in sé, o il fatto di esserci andato con la socia [sic]. figurarsi, ero scannato finanziariamente e non solo. e non è che possa dire: ahhhh, ci avevo tre anni ed un pezzo in meno.
no. la nostalgia è per la sensazione di possibilità che si sarebbero potute aprire. con quelle elezioni primarie, intendo. naturalmente mancate, le possibilità. tipo quando si va ad una festa, che l'attesa è quasi fica. e poi vedi come la festa si sviluppa. che quando te ne vai è quasi una liberazione.
ecco. tutta quella sensazione di possibilità e di attesa. che la frustrazione doveva ancora arrivare. la sensazione sgradevole di sentirsi un po' perculato e via via di non sentirsi rappresentato: per le scelte fatte, le politiche adottate e poi quello che racconta che sei un gufo, che non capisci, che ci vuole ottimismo [già sentita, questa]. l'ego debordante che vabbhé, io ho il bias, ma che poi riverbera in situazioni a volte imbarazzanti e si porta dietro delle incapacità pragmatiche. specie quando ti circondi di mediocri amichettituoi.
i miei occhietti devono essersi fatti mesti, pensando tutto questo. quello che che mi guardava, col sopracciglio fastidiosamente alzato, ha così sgranato gli occhi.
sembrava mi rimproverasse nel dirmi: ma come? e la festa della democrazia primaria? quegli altri votano via gueb e lo fanno in sessanta. noi non siamo meglio dei nostri dirigenti? la possibilità di far ripartire l'italia che che in questi mesi si era fermato - che hanno bocciato, sciamannati, il nostro referendum costituzionale che doveva venire giù il mondo e invece siamo ancora qui. al limite ci vestiamo di blu per la manifestazione del 25aprile, che siamo europeisti en marche. che una volta va bene essere macroniani, mentre se serve, alla bisogna, anche far gli emuli di quegli altri populisti, e darla addosso all'europa brutta e cattiva. son tutte cose relative. l'importante è che comandi chi deve comandare.
ecco, appunto, siamo ancora qui. ho girato mestamente i tacchi e me ne sono uscito. via stendhal ora è a senso unico. incamminandomi mi son trovato controcorrente al traffico veicolare.
non è più nemmeno una situazione controcorrente, ormai.
ma proprio di estraneità - al netto dei miei stati depressivi transitori.
la cosa interessante è che c'è un sacco di spazio, ancora. tipo per accalorarsi o prendersi a cuore istanze o situazioni in cui un qualcosa di sinistra si adoperi. ad esempio contro le sperequazioni, e non per. si adoperi, e non si fermi alle mozioni.
certo, cazzo, sinistra. senza la paura di dirlo o viverlo. che certe categorie politiche non basta affermare siano superate, perché le istanze che dovrebbero rappresentare lo siano ugualmente [tipo, in sedicesimi, la storia della vocazione maggioritaria, che poi il quadro sia frammentato, spezzettato [non uso balcanizzato, che almeno qui non si muore, al massimo ci si copre di ridicolo] vabbeh, vocazione maggioritaria].
che, si sa, dire non esiste più la destra e la sinistra è, poltigliosamente, di destra.

Tuesday, April 25, 2017

ora e sempre

come ogni anno, e di più ogni anno, il venticinqueaprile viene usato come scudo per distinguo. tutti uguali chi lo festeggia, ma poi c'è quello che è più venticinqueapriloso di altri. o quello che lo intepreta meglio. o quello che che dice agli altri di unire il fronte antifascista, però vedi di farlo come dico io. un po' la storia della giacchetta, tirata di qui o di là, a 'sto venticinqueaprile. strattonato che così chi lo strattona un po' se n'è dimenticato il senso più profondo. un po' terreno di disfida.

che venticinqueaprile verrebbe da usare il maschile.

ma che poi una cosa così bella non può che essere donna.

che poi anche Costituzione è femminile, ed un po' tutto torna.

ecco. secondo me, come ogni anno, ed ogni anno di più, converebbe tornare un po' all'essenza. che rende tutto più semplice e serenamente dirimente.

c'è una Carta, figlia del venticinqueaprile, che su determinati valori si fonda. che si possa ritoccare qua e là è financo pacifico. ma il cuore pulsante no, quello proprio no. così come le radici. non si possono estirpare. sono poi quei valori per cui continua ad avere molto senso, grande senso, fottutamente senso, festeggiare il venticinqueaprile. settantadueanni dopo, e poi ancora dopo, e ancora dopo, e ancora dopo.

è semplice. chi si riconosce in quei valori sta di qua. la polemica su chi sia più bravo a starci è vero, fa girare i coglioni, perché è pelosa furbizia. ma c'è abbastanza spazio, di qua.

già, di qua. dalla parte di chi ha fatto la scelta giusta. e tutti coloro che oggi la riverberano.
di là: no.
le scelte non sono tutte uguali. non importa nemmeno se fatte in buona fede.
il punto è dirimente, ed assoluto. di là la scelta sbagliata. di qua quella giusta, nessun relativismo.

ora e sempre.

Saturday, April 15, 2017

passate le campane

il post pasquale è un po' una specie di must. per certi versi è l'evoluzione della mail che inviavo all'amica queenfrancy. che poi è anche colei che mi titillò ad aprire un blogghe ["ci sono un sacco di donne che ci scrivono, più degli uomini, conosci un sacco di gente"].
nella mail, che le inviavo, c'era sempre dentro la storia delle campane che si scioglievano a distesa, a festa. roba che squarcia il silenzio che inizia dalle tre pomeridiane del venerdì, con un rintocco lento e profondo: la campana a morto. mentre qui, la distesa, è il momento della resurrezione.
è tutto dentro la simbologia della liturgia più lunga che la dottrina cattolica preveda. la madre di tutte le celebrazioni, la veglia delle veglie.

insomma.

gliela menavo alla francy perché per anni, quelle campane che squartavano il silenzio della notte pasquale, tecnicamente, mi facevano male. e la lettera alla francy era un modo per mitigare tutto quello.

il perché non sono mai riuscito a spiegarmelo del tutto. sopratutto perché ad un certo punto ho pensato che potevo anche smettere di cercare di spiegarmelo. anche perché poi, dalla mail alla francy, si è passati al post.

sicuramente c'era dentro l'eco per un qualcosa che sentivo estremamente vivido e/o vivo, anni e anni fa. frequentavo e praticavo e la pasqua era il punto nodale, la cogenza che si fa momento fondante. l'eco di qualcosa di forte che pensavo fosse necesario e imprescindibile.

da quando le campane ho cominciato ad ascoltarle da fuori, quasi temendo il momento in cui si sarebbe propagato il primo clangolio, si è posta la necessità di doverne trovrare un altro. più o meno a tutti i costi. una specie di desiderio lancinante. che poi faceva mischione con le luci, i colori, le sensazioni inebrievoli anche per un naso sordo come il mio, di questo: che poi è quello primaverile. quando la natura ricomincia a prendere ritmo e tutto sa di rinascita, di ripartenza. gli stessi simboli, le uova, il coniglio. tutta roba che rimanda alla nuova fecondità.

ed io mi sentivo sterile. per tutta una ragione di incompletezze e di non realizzazioni. per quanto cercate e desiderate. altro cazzo sentirle con timore, quello squarcio nella notte.

oggi gironzolavo per la hometown. sono passato accanto alla chiesa e mi è venuto di entrarci. era tutto pronto. ho riconosciuto i segni e i simboli - a partire dai drappi - che sono comunque memoria e che non posso eradicare. ho visto quel tipo di luce. certo. ho ripensato anche ad alcune pasque lancinanti per il fervore emozionale che provavo allora. ma ero teenager radical-idealista, e mi innamoravo in maniera totalizzante. che poi fosse nevrosi, l'ho scoperto dopo. allora c'era solo il turbinio agrodolce di qualcosa che in potenza era potentissimo. ma solo in potenza rimaneva. ed il tutto si mischiava nel totus religioso-celebrativo. spero si intuisca che mescioni facevo, e perché è stato così difficile sgarbugliare il tutto.

ed oggi, in quella chiesa vuota, per caso ho incrociato l'amico storico. quello che si agnosticò quando io furoreggiavo per l'altra sponda. salvo poi raggiungerlo una diecina di anni dopo. naturalmente lui era con una donna. una delle più che frequenta in questo periodo, con variegati coinvolgimenti. non credo sia così causale l'abbia invitata proprio 'sta sera. forse per non stare del tutto solo.

ed in quella chiesa mi sono accorto di quanto, in fondo, mi senta decisamente più affrancato. e molto libero. anche l'ossessione di cercare un succedaneo a quella sensazione che trovava nella pasqua il suo climax. non so quanto durerà. so che è legata al contesto. e mi fa sensazione strana - e rilassante - che sia venuta fuori dopo mesi piuttosto più complicati del solito - dentro. fuori le cose vanno più che discretamente.

naturalmente stasera hanno suonato le campane a distesa. però, per qualsiasi causa o motivo o contesti [più o meno duraturi], le ho ascoltate. serenamente affrancato da loro. anche per questo, in fondo e da scriverci dopo, me le sono godute.